di
Andrea Nicastro

Quale rivoluzione potrebbe portare alla caduta degli ayatollah in Iran? Reza Pahlavi ha la possibilità di prendere il potere? E quale potrebbe essere il ruolo dei militari?

DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – Trump chiede ai cittadini iraniani di fare la rivoluzione, dare l’assalto ai palazzi del potere, ma quando gli ayatollah sospendono le impiccagioni, fa punto e a capo e passa ad altro come piace a lui: Cuba, Groenlandia, dazi. La storia però viaggia più lenta di un post.

La rivoluzione immaginata e incoraggiata da Trump nei giorni più caldi della protesta è una rivoluzione alla francese: cacciata del tiranno e distruzione del vecchio regime. Per gli iraniani non è nulla di nuovo. L’hanno già vissuta nel 1979. Allora, l’intera classe dirigente filo-monarchica fuggì poco dopo lo scià (i piloti dei caccia scapparono con gli aerei in Iraq, i miliardari della corte spostarono i capitali, la borghesia mandò in esilio volontario i giovani). Chi restò perse quasi tutto o fu ucciso. L’ordine però si ricostituì dopo anni, dopo guerre interne ed esterne, proprio come nella Francia dell’Illuminismo. All’Iran costò almeno un milione di morti.



















































Trump ha anche chiesto a chi è sceso in piazza di ricordare i nomi dei responsabili della repressione. Immaginava quindi anche un periodo di «pulizia rivoluzionaria». Aveva ragione a pensarlo. Di solito vengono istituiti tribunali rivoluzionari (Francia 1789, Russia 1917 e Iran 1979 gli esempi più strutturati, ma ce ne sono moltissimi dalla Cina al Vietnam, dalla Cambogia a Cuba) che epurano la vecchia classe dirigente per far posto a chi ha abbracciato il nuovo potere. È la fase del terrore. Nel 1789 a Parigi i giacobini di Robespierre ghigliottinarono Danton e co. per poi «essere epurati da chi era più puro di loro» sei anni dopo. Nel 1979 in Iran, caduto lo scià, i vincitori presero a combattersi: comunisti, liberali e islamisti. Il «fuoco rivoluzionario» ha continuato a bruciare sino ad oggi con decine di migliaia di esecuzioni di oppositori politici. In un Paese che oggi ha 90 milioni di abitanti, il 50% dell’economia in mano agli ayatollah o ai Pasdaran, una fase di «terrore» aprirebbe le porte a un bagno di sangue mai visto.

Quello alla Rivoluzione francese è il modello peggiore di cambiamento di regime. Nel pacchetto è inclusa questa terza fase di lotta tra rivoluzionari. In genere è addirittura più sanguinosa della battaglia per abbattere il vecchio ordine e per eliminare i suoi accoliti. È la ragione per cui i Paesi vicini, dall’Arabia Saudita, al Qatar, alla Turchia, si oppongono ai bombardamenti americani e chiudono lo spazio aereo. Temono la febbre rivoluzionaria, un’orgia distruttiva che contagi i loro Paesi. I 14 anni di guerra civile in Siria con i suoi 600 mila morti e 12 milioni di profughi (su 30 milioni di abitanti) sono un monito vivissimo.

Presa la Bastiglia, la gente normale va a casa a dormire. Si aspetta che sia qualcun altro a mandare avanti lo Stato, nel caso iraniano garantisca l’export del petrolio e gli stipendi. Chi invece ha un progetto politico occupa la stazione di Polizia, la Banca Centrale, i media. Cioè prende il potere reale. L’ha fatto nel 2024 Ahmed al-Sharaa dopo aver cacciato il dittatore al-Assad dalla Siria. Per dirla alla Lenin, esiste in Iran una avanguardia rivoluzionaria che possa fare questo?

Negli ultimi decenni di rivolte popolari è proprio ciò che è mancato. Le proteste sono state più o meno a cadenza biennale con tanto spontaneismo, ma nessuna leadership. Non esiste un’opposizione cresciuta all’interno del sistema degli ayatollah. Chi ci ha provato è stato arrestato. La Repubblica Islamica non ha fatto l’errore di Italia e Germania che permisero l’affermazione di ideologie antagoniste come fascismo e nazismo. In questo 2026 è il figlio dell’ultimo scià a proporsi per il ruolo. «Guiderò la fase di transizione» assicura. Con quali armi? Quali seguaci? C’è un «treno piombato» per portarlo da Los Angeles a Teheran come quello su cui i tedeschi spedirono Lenin a Pietrogrado? L’ayatollah Khomeini arrivò con un aereo Air France e la gente, che ne aveva sentito per anni i sermoni su musicassette clandestine, che andava tutti i venerdì in moschea, lo considerava già il leader ideale, una sorta di inviato del cielo. L’esaltazione era tale che vedevano la sua faccia nelle nuvole.

Il figlio dello scià è un soggetto recente dei cori di protesta. A sostegno di Reza Ciro Pahlavi c’è il precedente che anche Lenin venne accusato di essere al servizio del nemico. Sei mesi dopo, guidava la Rivoluzione d’ottobre.

Sembra un paradosso, ma le rivoluzioni sono eventi graduali, diluiti nel corso di anni. Alla caduta dei vertici, personaggi di secondo piano prendono il controllo della macchina statale (al servizio del popolo, ovvio). È’ un passaggio attuato in emergenza, con minima pianificazione. E infatti i leader di transizione scompaiono nell’oblio quasi sempre. Per restare agli esempi della regione, successe in Egitto nel 2011 con la cessione del potere da parte del presidente Mubarak dopo 18 giorni di cortei (meno sanguinosi degli attuali a Teheran). Iniziò la «transizione democratica» che finì con un altro golpe militare. La statistica storica e la complessità del potere iraniano fanno pensare che anche in questo caso qualcuno potrebbe prendere il testimone in caso di caduta dei leader. Del velo sì o no si parlerà meglio in seguito, le elezioni si potranno fissare fra un anno, nel frattempo però si difendono i confini, le vetrine dei negozi e gli stipendi riprendono a fluire. La gente è contenta di non morire più in strada, cresce un clima di ottimismo e fiducia.

Ci sono centinaia di esponenti meno compromessi o addirittura ostili all’attuale regime, disposti a rinunciare al programma nucleare come chiede Trump che non sono in esilio e potrebbero rivestire questo ruolo. Uno, il vincitore delle elezioni del 2009 Moussavi, è ancora agli arresti domiciliari.

La soluzione migliore per sbarazzarsi degli ayatollah e non distruggere infrastrutture civili sarebbe però un golpe militare. Il lato negativo è che in genere non cambia i valori sociali, ma li cristallizza. I militari annullano le conquiste democratiche della piazza, ma in cambio rimettono in carreggiata il Paese. I golpisti sud-americani, Francisco Franco in Spagna, i colonnelli in Grecia vendevano la dittatura come stabilità. Il prototipo resta francese: dopo la rivoluzione, Napoleone riporta la calma e libera le forze produttive del Paese. In quel caso arrivò addirittura a costruire un impero. Gli ideali della prima ora barattati per il potere nazionale.

Secondo WikiLeaks gli Usa erano in contatto da anni con oppositori egiziani e li aiutarono con i social media e convincendo i militari a smettere di sparare sulla folla. È forte anche il sospetto che in Venezuela la vice presidente sapesse del rapimento di Maduro. La Cia ha trovato oppositori anche a Teheran? C’è da sperarlo. In ogni caso sarebbe solo una prima fase. La storia non si ferma quando un presidente dichiara «missione compiuta» (Bush jr, Iraq 2003) è abituata ad aggrovigliarsi per anni, con purghe, violenze, regolamenti di conti, prima di trovare un nuovo punto di equilibrio.  

15 gennaio 2026 ( modifica il 15 gennaio 2026 | 19:08)