Lui che ride fortissimo mentre gli leggono una delle migliaia di lettere (28 chili di carta) recapitategli da tutta Italia: «Chi si crede di essere, Toscani, per fotografare un bambino appena nato? Come si permette?».
Lui che litiga con le editor di una rivista di moda, perché non vogliono pubblicare fotografie che siano «associate a materiale che crea opinioni»: «Temete di perdere i vostri lettori, non volete che vengano messi davanti ai problemi reali, ecco perché mi censurate».
Lui che al giornalista che lo riprende mentre lo intervista chiede, furioso, se si possa parlare «senza questa cretina tecnologia di mezzo».
Lui che risponde «gli anormali siete voi» a un altro giornalista che gli dice: «Lei parla cinque lingue e non ha la tv, è normale?».
Lui che racconta il suo primo incontro con Carmelo Bene: «Pioveva, era domenica, arrivò con le pantofole di feltro e una giacca spiegazzata, inguardabile. Mi chiese se ci fosse qualcosa che non andava. Tutto non andava, per questo era perfetto. Mi fece capire che le cose sono giuste anche quando sono sbagliate».
Chi mi ama mi segua, il documentario di Fabrizio Spucches su Oliviero Toscani (in onda domani sera su Sky Arte alle 21.15 e in streaming su Now) è pieno di momenti così, li mette in fila senza ordine cronologico, perché tanto Toscani è stato Toscani da subito: intero, totale, purissimo. Figlio di un tempo preciso, quello che Patti Smith, una delle intervistate (insieme a Luciano Benetton, Fran Lebowitz, Nicolas Bellario), racconta come «il momento in cui fummo certi di cambiare il mondo e quindi tutto quello che facevamo, lo facevamo per gli altri.
Interessato alla condizione umana, rapito dalle persone, capace di vedere, da fuori e in un battito, cosa portavano dentro. Intuiva e lavorava: ecco le due cose che ha fatto per tutta la vita.
Fiuto eccezionale per l’istante e talento unico per far esplodere le cose, farle succedere, andare al punto e tirarlo fuori. Spartano radicale, anche se era facile immaginarlo larger than life: a questo giornale ha confessato, una volta, quando uscì la sua autobiografia (Ne ho fatte di tutti i colori, La nave di Teseo) di non aver mai detto “ti amo” a sua moglie, di odiare chi lo fa, di aver avuto trenta baci in tutto, nella sua vita, da sua madre.
Lo ha raccontato molte volte: ha iniziato per caso, con suo padre, andò con lui a seguire il funerale di Mussolini, a Predappio, e fece una foto a una signora che non sapeva chi fosse ma che capì, vedendola arrivare, che era qualcuno di importante: quando il padre, fotoreporter del Corriere della Sera, sviluppò il rullino e vide la foto, riconobbe Rachele e gli disse: stavolta lo scoop è tuo.
Artista. Non voleva essere chiamato fotografo, anche se ha detto splendidamente cosa significhi esserlo, e Spucches ha montato il video in cui lo ha pronunciato: «Avere un’opinione definita della realtà che ci circonda». Oliviero Toscani ha fatto di tutto ma le idee le ha avute sempre chiare, il racconto di come lavorava, e quindi come viveva, Spucches lo ha fatto a partire da questa chiarezza, lo sguardo convinto e secco che aveva, lapidario. Credeva che il mondo si cambia mostrandolo, per questo andava dove non voleva andare nessuno, e usava la pubblicità per dire, non per vendere. Era un giornalista, in fondo: pensava che tutto esiste per essere visto e raccontato. Le foto le usava per disintegrare lo scandalo, non per crearlo, ed è una coincidenza incredibile che questo documentario, e l’anniversario della sua morte, arrivino mentre l’Italia si appassiona a Io sono notizia, cinque puntate Netflix sulla vita di Fabrizio Corona, uno che ha vissuto e vive per dare scandalo, e che per questo ha distrutto tutti quelli che gli erano intorno: ogni amico, ogni compagna, sua madre, suo padre, la sua famiglia.
Il fatto magnifico di Toscani, invece, è il rispetto sacro che ha per la vita umana, la tenerezza che prova per la nostra condizione, il desiderio che ha di prendere parte alla sua liberazione: tutte cose che gli baluginavano negli occhi e che lo hanno reso così capace di riconoscere il carattere, l’identità, la singolarità di chiunque.
Ti spogliava quando ti guardava e ti spogliava quando ti parlava. Nessuno prima di lui aveva pensato che le modelle avessero un’anima, che un maglione si potesse vendere fotografando una donna nera che allatta un bambino bianco. Nessuno come lui ha reso in immagini l’intuizione fondamentale: per capire, si deve togliere, mettere le cose a nudo.
Diceva che le cose succedono quando non sono pianificate ed è da questo che si è fatto guidare, è così che ha diretto ragazzi, fondato riviste, mostrato al mondo intero cos’era l’Aids, rappresentato l’unione tra esseri umani, spazzato via il mercantilismo dalla pubblicità, tirato fuori l’anima a centinaia di artisti al Chelsea Hotel quando i pavimenti erano ricoperti di scarafaggi.
Amava il nuovo, lo sapeva creare, diceva che i giornali li dovrebbero fare i ventenni, e sarebbe quindi sgarbato infilare della nostalgia in un qualsiasi racconto che lo riguarda, però una domanda su quali possibilità concrete avrebbe un Toscani, oggi, di diventare Toscani, dobbiamo porcela. Che il talento, quando è puro, trovi sempre una strada, era vero fino a prima che lavorare diventasse fare riunioni per dirsi come lavorare. Le cose continuano a succedere anche se pianifichiamo ogni cosa, il punto è che succedono solo orrende, preannunciate catastrofi.