Il percorso di Andrea Bargnani, dal campo alla scrivania
Esperienza in campo, una vision da cestista, ma non solo. Quello che Andrea Bargnani vuole portare alla pallacanestro italiana, oggi, va oltre il suo passato.
Quello, semmai, è un gancio, perché chi lo ha visto crescere alla Benetton Treviso prima e ai Toronto Raptors poi ha avuto un ruolo chiave in questo suo percorso.
“Con Maurizio Gherardini (presidente della Lega Basket A, ndr) c’è un rapporto di grande stima che va avanti da più di vent’anni, lui ha sempre seguito me e io ho sempre seguito lui. Mi ha paventato questa opportunità e ho accettato molto volentieri proprio perché conosco lui e il suo modo di lavorare”.
Nei suoi dieci anni trascorsi in NBA, tra Toronto e New York (con i Knicks e con i Brooklyn Nets), Bargnani – uno dei big three italiani dell’epoca con Marco Belinelli e Danilo Gallinari – ha toccato con mano una realtà totalmente differente rispetto a quella europea.
Lo è persino per i rookie, le matricole che si apprestano ad entrare nel mondo dei pro, prima ancora di scendere in campo: “I corsi di formazione NBA servirebbero anche in Europa, ma non solo nel basket. Si occupano di varie tematiche e sono stra-utili, perché tante persone partono completamente da zero ed è fondamentale avere quel tipo di percorso”.
Non è questo, però, che ha acceso la sua lampadina verso un futuro manageriale: “Ho seguito un percorso, ci sono stati più che altro diversi imput che venivano magari da mio padre, che è sempre stato un manager d’azienda, o cose che m’hanno affascinato durante il percorso della mia vita. Ho iniziato a studiare e ad approfondire delle cose che mi piacevano, che mi interessavano e che mi servivano nel lavoro quotidiano”.
Quello che oggi è tornato ad essere il basket, che per Bargnani si inquadra “in due settori separati: la parte sportiva e quella aziendale, tra intrattenimento, sponsor e branding. E una dipende dall’altra: l’esempio più eclatante è stata la vittoria degli Europei da parte dell’Italia, non c’è stato un boom a livello di numeri, fu un anno come un altro. La parte sportiva è fondamentale, lo sono entrambe, ma si devono aiutare a vicenda. La parte aziendale deve esaltare e amplificare i risultati dello sport”.
Un punto di partenza, anche se è il primo a riconoscere che per la pallacanestro italiana “il lavoro da fare è tanto”, ma la base non va affatto sottovalutata.
“C’è tantissimo potenziale in Italia perché gli appassionati di pallacanestro sono milioni, il bacino di utenza è enorme. C’è tanta fame da parte dei tifosi per crescere dal punto di vista del prodotto”.