L’attacco all’Iran sarebbe solo rimandato. Questo sostengono i circoli che sono rimasti delusi dalla retromarcia di Trump, che sono potenti e influenti, anche sui media. Finita l’incombenza immediata delle bombe, finita anche la narrazione sulla repressione del governo.

Tutto tace, il popolo iraniano, di cui si è lamentata la sorte, non interessa più a nessuno. Se ne riparlerà, del caso, quando incomberà una nuova guerra, cosa che secondo i circoli di cui sopra appartiene al destino manifesto.

A dare qualche concretezza a tale possibilità il rafforzamento del dispiegamento militare statunitense in Medio oriente, in particolare il dirottamento della portaerei Abraham Lincoln e della flottiglia a essa assegnata verso le calde acque iraniane.

Se non un preparativo di guerra, di certo una minaccia e una rinnovata pressione su Teheran. Di ieri le parole dell’inviato statunitense Steve Witkoff, il quale ha dichiarato che c’è spazio per la diplomazia, ma se non si trova un accordo va a finire male. E ha elencato i nodi da sciogliere: i rapporti di Teheran con i suoi alleati mediorientali, il programma nucleare e l’arsenale missilistico.

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Sorpresa: il destino del popolo iraniano, sul quale l’amministrazione Trump ha versato calde lacrime, non è nel menù. Anche perché la misura più concreta per dar sollievo agli iraniani sarebbe quella di far decadere le sanzioni, che gravano molto sui poveri e poco, se non per nulla, sui ricchi (un fenomeno segnalato già al tempo delle sanzioni contro l’Iraq).

Se l’Iran rinunciasse del tutto al programma nucleare, ai suoi missili e non desse alcun sostegno alle milizie di Hezbollah in Libano e Iraq, ai miliziani Houti dello Yemen e smettesse di sostenere i diritti della Palestina tutto sarebbe dimenticato, questo il messaggio di Witkoff (che potrebbe avere comunque una declinazione meno costrittiva, com’è nelle corde del personaggio).

In realtà, se davvero l’Iran ammainasse bandiera fino a quel punto, la tregua sarebbe momentanea. Infatti, Israele non rinuncerebbe al sogno di disgregare l’Iran in entità politiche più piccole, facendo leva sulle linee di faglia delle varie etnie che lo popolano, anzitutto i curdi, da tempo usati per destabilizzarlo (sono stati usati anche nel regime-change siriano e ora chi li ha usati li bombarda... tale il destino dei servi).

Uno sviluppo che, con l’Iran privo di deterrenza, sarebbe a portata di mano (certo c’è l’incognita dello Stretto di Hormuz, che Teheran potrebbe chiudere causando danni ingenti al commercio globale, ma sarebbe una mossa suicida, possibile solo in caso di disperazione).

Per questo l’Iran non può cedere sui missili, la linea rossa insuperabile segnalata dalle autorità di Teheran. Farebbero la fine di Gheddafi che, dopo aver rinunciato a sviluppare il programma nucleare libico accordandosi nel 2003 con gli States, nel 2011 vide le bombe made in Usa piovergli in testa prima di finire brutalmente assassinato al termine di un’operazione di regime-change che ha visto i terroristi di al Qaeda usati come truppe di terra.

Sul ruolo di al Qaeda in quel regime-change un dettagliato studio del professor Alan Kuperman, docente dell’Università di Austin, nel quale annota che tutto iniziò con una ribellione e un’azione di contrasto da parte del governo, con i media occidentali che denunciavano in modo drammatico il fatto che il leader libico “stava massacrando civili, quando in realtà stava prendendo di mira i ribelli che avevano attaccato per primi”. Ricorda qualcosa?

Non che non ci sia malcontento in Iran, con le iniziali proteste di piazza più che genuine pur se innescate dal crollo del rial in seguito a una speculazione finanziaria mirata a far collassare in maniera scioccante l’economia del Paese (per acuire al parossismo tale malcontento).

Ma poi, com’è accaduto per gli altri regime-change, le manifestazioni sono state infiltrate e dirottate per provocare il collasso del governo. A tale proposito, la rivelazione del cronista israeliano Tamir Morag che, su Chanel 12, ha parlato di entità straniere che stavano fornendo armi ai dimostranti.

Lo riferisce il Timesofisrael, che aggiunge come Morag nel suo servizio sia stato “attento a non implicare esplicitamente Israele nel presunto trasferimento di armi”, mentre sui social “è stato più superficiale”.

Infatti ha scritto: “Abbiamo riferito stasera su Canale 14: attori stranieri stanno armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco ed è questa la ragione per cui centinaia di membri del regime sono stati uccisi. Ognuno è libero di indovinare chi c’è dietro”… allusione non equivocabile, tanto che, come riporta il Timesofisrael, “ha scatenato la furia dei servizi segreti israeliani”.

Incertezza sul futuro, resta spazio per la diplomazia, quanto ristretto non si sa. Ieri la telefonata di Putin a Netanyahu nella quale lo zar si è offerto di aiutare per trovare vie per stabilizzare il Medio oriente.