Il commissario tecnico pronto per il suo terzo Sei Nazioni: «Siamo cresciuti in molti settori: velocità di riorganizzazione, difesa, lavoro in piedi e a terra. Ma c’è ancora tanto da fare e ci sono i margini. In Italia io e mia moglie abbiamo scoperto una gentilezza, un’accoglienza, un’umanità di un altro livello»
Due partite a giugno in Sudafrica, una terza a novembre a Torino. Tre sconfitte e i complimenti di Rassie Erasmus, l’uomo che ha trasformato gli Springboks nell’invincibile armata del rugby. E con i complimenti un pronostico: l’Italia può arrivare terza nel Sei Nazioni.
«Dopo il secondo test a Port Elizabeth, abbiamo condiviso una birra con Rassie — racconta Gonzalo Quesada, il ct degli azzurri —. Abbiamo parlato del nostro lavoro e lui mi ha detto di essere rimasto impressionato dalla nostra crescita. È ovvio che mi abbia fatto molto piacere. Poi, dopo la partita in Italia, ha ripetuto in pubblico quello che mi aveva raccontato in privato. Per me e per noi è un motivo di orgoglio. Credo abbia voluto che tutti conoscessero il suo pensiero. È anche una bella persona, umile e gentile».
Ottimista per il Sei Nazioni?
«A novembre abbiamo fatto bene, siamo cresciuti in molti settori: velocità di riorganizzazione, difesa, lavoro in piedi e a terra, ma c’è ancora tanto da fare e ci sono i margini. Dobbiamo imparare a sfruttare i momenti positivi. Le grandi squadre quando comandano portano sempre punti a casa, noi ci stiamo lavorando».
L’impressione è che l’Italia nei suoi due anni sia diventata più solida, tosta, seria.
«Prima attaccavamo di più, a poco a poco abbiamo imparato ad alternare, a recuperare palloni, a occupare meglio il campo e a contrattaccare con i tempi giusti. Rispetto all’anno scorso dobbiamo riuscire a gestire meglio i momenti, ad avere più equilibrio. Nell’ultimo Torneo abbiamo lasciato troppo possesso e di conseguenza placcato troppo. Quando 5 tuoi giocatori chiudono con più di 20 placcaggi a testa rischi, c’è uno squilibrio pericoloso: 20 placcaggi lasciano il segno, sono pesanti da sopportare».
Quando arrivò disse: per ogni azzurro che va all’estero si libera un posto nelle franchigie, un’opportunità per un altro giocatore.
«Vero, ma non è una grande notizia, sono partiti in tanti. Finanziariamente non puoi competere con le offerte dei club francesi e inglesi, ma il vero problema è che i nostri avversari, che hanno i giocatori in casa, arrivano al Torneo dopo ritiri e settimane di preparazione, noi ci ritroveremo tutti assieme un paio di giorni prima del via, uno scenario molto ingiusto e iniquo rispetto ai nostri avversari, che avranno anche due settimane di raduno continuativo senza rientrare ai club. Abbiamo anche parecchi infortunati per questo inizio di Torneo, sarà un’opportunità per alcuni nuovi convocati».
Proviamo a giocarlo il Torneo: prima partita a Roma con la Scozia.
«Due anni fa sono arrivati a Roma convinti che non avrebbero mai potuto perdere… A novembre sono stati battuti dall’Argentina dopo essere stati avanti 21-0. È successo di tutto, Townsend, il loro ct, è stato contestato senza pietà. Hanno l’obbligo di fare un buon Sei Nazioni e non possono permettersi di perdere un’altra volta a Roma. Saranno molto carichi, mi aspetto una partita dura, fisica. Peccato affrontarla con pochi giorni di allenamento ma saremo pronti e carichi anche noi».
Seconda tappa l’Irlanda a Dublino.
«Un anno fa contro di loro abbiamo giocato la nostra partita migliore. Abbiamo pagato i cartellini, rimango convinto che in 15 contro 15 avremmo vinto. Non ci sottovaluteranno, ma avremo un po’ di lavoro in più rispetto alla prima partita».
Terza sfida, la Francia.
«L’ultima volta a Roma ci hanno fatto soffrire. Ci rispettano e sanno che con noi devono giocare al 100%. È un motivo di orgoglio, poi è chiaro che spero vada come nel 2024, quando finì pari con il nostro ultimo calcio respinto dal palo, e non come 12 mesi fa».
Si torna all’Olimpico, con l’Inghilterra, che non abbiamo mai battuto.
«Nel 2024 avevano alcuni problemi, nel 2025 hanno migliorato e vinto tanto. Sarà una prova dura, cercheremo di competere e crearci buone opportunità. Per vincere servirà la partita quasi perfetta… e prima o poi… un giorno l’Italia vincerà contro l’Inghilterra. Spero di farne parte».
Infine il Galles a Cardiff.
«Vincere a Cardiff nel mio primo anno è stata una grande gioia. Per loro un disastro nazionale, hanno parlato di umiliazione. Spero di non giocare per evitare il cucchiaio di legno, ma per chiudere un grande Sei Nazioni».
Intanto, dopo Irlanda-Sudafrica di novembre, sono tornati quelli che vorrebbero depotenziare la mischia.
«Per fare una mischia servono giocatori con certe qualità e di una certa taglia. Il rugby è uno sport dove c’è sempre stato posto per tutti: forti, alti, piccoli, veloci. Ed è una delle sue qualità. La mischia è noiosa? Non può essere un problema, è l’appuntamento tra gli avanti. Una buona mischia, e la nostra non è per niente male, ti permette di giocare nella metà campo avversaria, ti dà fiducia. Vincere la mischia cambia la testa agli avanti e a tutta la squadra, dà tanta fiducia ed è un momento essenziale del gioco».
Due anni in Italia, cosa l’ha colpita: rugby e stile di vita.
«Sapevo che il rugby in Italia non è uno sport molto popolare, ma girando per i club ho trovato tanta passione, persone che mettono il cuore per sviluppare il rugby di base. Poi… Io sono argentino ma per 25 anni ho vissuto in Francia. Colleghi, connazionali avevano a volte qualche problema con i francesi che io ho sempre difeso. Poi siamo venuti in Italia, mia moglie e io, e abbiamo scoperto una gentilezza, un’accoglienza, un’umanità di un altro livello. Mia moglie adora vivere in Italia».
Niente in negativo?
(ci pensa, sorride) «Mancano i campi di polo, in due anni sono riuscito a giocare pochissime volte. Ho la fortuna di avere degli amici al Magenta Polo a Milano, al gran Roma Polo Club e al bellissimo Villa A Sesta Polo. Ma non gioco quasi mai».
15 gennaio 2026
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