«Gianetti in qualche modo è come Ballerini – dice Del Gallo – e Io sai che io ero un uomo del Ballero. Con lui ho fatto dieci mondiali e un’Olimpiade e ho cercato di capire quale fosse il suo segreto per riuscire a farci andare tutti così a mille. Alla fine si trattava di far sentire importanti le persone, qualsiasi ruolo svolgessero. In Gianetti rivedo molto questo tipo di comportamento.
«Ci lascia tutti liberi, ciascuno nel suo settore, di apportare qualcosa di nuovo. Se mi chiedi qual è il segreto della UAE, rispondo soprattutto il fatto che stiamo tutti cercando di portare il massimo. Sono sempre le persone che fanno la differenza e la somma del meglio di ciascuno, anche se si tratta di piccole cose, produce alla fine la miglioria più grande».


Le gambe non sono uguali
Michele Del Gallo, fisioterapista veneto del UAE Team Emirates XRG dice tutto d’un fiato, a corollario di un approfondimento sugli esercizi che i corridori fanno da circa un anno con gli elastici. Abbiamo ritenuto di partire dalla sua conclusione per contestualizzare meglio quello che vi stiamo per raccontare, ma ora torniamo alla curiosità di partenza. E’ possibile che uno come Pogacar abbia bisogno degli elastici per scaldarsi prima di una corsa? Ovviamente no…
«Grazie ai test che facciamo in UAE Emirates prima che inizi la stagione – spiega Del Gallo – abbiamo notato che parecchi corridori hanno una differenza di forza tra una gamba e l’altra. Così ci siamo chiesti da dove derivasse questa differenza. Avevamo il cruccio di portare tutti gli atleti alla partenza con le gambe che spingono allo stesso modo. Un tempo si facevano dei lavori monopodalici, cercando di rinforzare la gamba che risultava meno forte, però senza grandissimi risultati…».


E che cosa avete escogitato?
Abbiamo trovato la soluzione attraverso il controllo motorio, cioè provando a mettere il cervello nelle condizioni di reclutare lo stesso numero di fibre da una parte e dall’altra. Alla fine era un problema di reclutamento: da un lato l’atleta riusciva a reclutare il 100 per cento delle fibre muscolari, mentre nell’altra gamba riusciva a reclutarne meno. E questo era il motivo per il quale c’era la differenza di forza.
Come si spiega al cervello che deve lavorare in modo simmetrico, se così si può dire?
Abbiamo messo a punto degli esercizi di controllo motorio, per cercare di migliorare la spinta nel tempo della gara, anche se poi l’effetto rimane per un periodo un po’ più lungo. Comunque c’è bisogno di un continuo stimolo perché il miglioramento diventi definitivo.
Quindi è un lavoro che si fa anche nei giorni precedenti la gara?
Si fa anche fuori dalla corsa, non solo la mattina prima della partenza. Però è chiaro che bisogna dare dei richiami continui e questi vengono dati prima della gara. Avendo la possibilità, è il momento migliore per farlo. Ovviamente c’è chi lavora in questa direzione e c’è chi invece utilizza gli elastici come un mero riscaldamento e quindi la chiama attivazione.


Ma non è la stessa cosa, giusto?
Viene chiamata attivazione per farsi capire da tutti, un riscaldamento muscolare fatto con gli elastici. Ma non è questo, non è un riscaldamento. Che senso ha riscaldarsi cinque minuti prima di un gara che durerà 5-6 ore, in cui la differenza si fa proprio alla fine? Sarebbe una domanda corretta, se davvero fosse quello. Invece il lavoro sul controllo motorio rimane per tutta la gara. Pedaleranno in una maniera diversa, consumeranno meno energie e si ritroveranno nel finale con una situazione migliore. Sono lavori che facciamo nel bus o in albergo.
Li fanno tutti il mattino della gara?
Ci vuole un quarto d’ora per atleta, perciò non riesci a farli tutti. Il ciclismo ha tempi strettissimi. Quindi con qualcuno lavori il giorno prima. Riguarda gambe e tronco, in realtà il lavoro arriva dalla parte superiore, dal mancato controllo della cintura pelvica. L’obiettivo principale è quello, non sono neanche le gambe, che semmai sono il terminale da cui ti accorgi dell’anomalia. Si parla tanto di core, di muscolatura profonda, di plank… Va benissimo, è giusto farlo. Quanto più rendi stabile il tronco, meno forza ti serve per muovere le leve, che possono essere braccia o gambe…
C’è un però?
Esatto. Puoi avere il core forte finché vuoi ed essere il numero uno in quegli esercizi, ma se quando dai un input, quando dai il comando di spinta sul pedale, il cervello non lo fa nel modo giusto, avere quel core così forte non ti serve a niente.


Proviamo a spiegare meglio, per favore?
Non decidi volontariamente quali muscoli si devono contrarre, lo decide il cervello in base a dei pattern, cioè delle sequenze prestabilite nelle quali viene deciso di contrarre una serie di muscoli. Se all’interno di questo pattern di movimento, tu non hai l’attivazione del core, quando spingi sul pedale, il cervello non lo va a reclutare. Per cui quel core così forte non è inutile, ma rende molto meno di quel che potrebbe.
C’è una soluzione?
Bisognerebbe fare in modo che quando dai il comando di spinta sul pedale, oltre a tutti i muscoli che si contraggono, ci fosse anche il core. Non avviene semplicemente pensando di doverlo fare, perché quando sei a 90 pedalate al minuto, è impossibile pensare di gestire la contrazione muscolare. Deve rientrare fra i movimenti automatici che il cervello produce nei muscoli. Su questo si può lavorare. Sono tendenze piuttosto nuove che arrivano dall’America. In parte, come quando ci vedeste lavorare con la redcord, anche se quello è più un ricercare un riequilibrio della muscolatura superficiale e profonda. Va tutto nella stessa direzione, con tecniche diverse.
E’ un lavoro personalizzato, oppure è standard?
Quello che viene fatto lontano dalla partenza è abbastanza personalizzato. Invece al mattino della gara si fa una cosa standard, perché altrimenti servirebbe troppo tempo. Abbiamo creato una routine di esercizi e li abbiamo resi standard per tutti. E lo staff UAE che fa parte del Rehab Group ed è presente alle gare, verifica che i ragazzi seguano il protocollo che abbiamo creato.


Che cos’è il Rehab Group?
Una struttura interna alla squadra, per la quale abbiamo spinto Stefani Conti ed io e per la quale vorrei davvero ringraziare Mauro Gianetti. Lui aveva questo tipo di sensibilità già da atleta: andava dall’osteopata in anni parecchio lontani, era aperto a questo mondo. Nel Rehab Group siamo in quattro, con la direzione dal dottor Rotunno. C’è Daniel Ortega che è uno spagnolo, poi Dario Marini, quindi Jaime Hernandez ed io. Due italiani e due spagnoli.
E che cosa fate?
Abbiamo preso dei macchinari particolari e questo grazie a Mauro, perché sennò non l’avremmo potuto fare. Se c’è bisogno di fare degli investimenti, si fanno, non è un problema. Ovviamente grazie anche alla disponibilità economica. Mauro si fida. Noi lavoriamo non solo per portare a casa lo stipendio a fine mese, ma ricercando qualcosa di nuovo che possa far funzionare meglio le cose.
Si spiega anche perché Pogacar di recente abbia detto che questa squadra è tutt’altro rispetto a quella in cui arrivò nel 2019.
Era un altro pianeta rispetto a quello su cui siamo adesso. Perché è cambiata la testa, è cambiato chi comanda e lo fa con un’altra ottica, con un altro sistema e un altro metodo. Capito perché Gianetti mi ricorda Ballerini?