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Quasi 5 milioni di italiani, per la precisione 4,800000 hanno guardato, lunedì 12 gennaio, la prima puntata della fiction “La Preside” su Rai Uno. Una serie evento, presentata in anteprima durante la Festa del Cinema di Roma, e liberamente ispirata alla storia della dirigente scolastica Eugenia Carfora, in servizio all’ITIS Morano di Caivano, dopo aver lavorato per qualche anno in un’altra scuola dello stesso, difficile territorio, la Viviani. A ideare la fiction è stato il produttore Luca Zingaretti, che ha conosciuto la figura di Eugenia Carfora guardando il secondo documentario a lei dedicato da Domenico Iannacone.

In questo documentario, intitolato “Figli Miei”, Iannacone raccontava di questa preside che si era rimboccata le maniche per combattere l’abbandono scolastico, rompere le scatole a chiunque per far rispettare regole e far valere diritti, farsi riconoscere fondi per ripulire e migliorare la scuola, sistemare aule e laboratori, creare sinergie con imprenditori locali e non che potessero offrire lavoro ai ragazzi alla fine dei percorsi di studio e molto altro, partendo dalla cosa più urgente: portare ogni mattina i suoi studenti a scuola. Il che ha voluto dire, anche, andarseli a prendere casa per casa. Un approccio al lavoro e alla vita, che richiede una energia notevole, ma anche una grande pazienza oltre che determinazione, e un impegno instancabile che, dopo anni, ha portato davvero a un miglioramento della situazione. Tra i testimoni ascoltati da Iannacone, nel documentario, c’erano non solo i ragazzi della scuola, ma anche docenti e persone che lavorano su quello stesso territorio per migliorare le cose, come don Patriciello.

La fiction ovviamente, è un linguaggio diverso da quello del documentario e si ispira liberamente a questa storia, non avendo pretese di raccontarla in ogni dettaglio: si tratta pur sempre di finzione, che partendo da una figura reale e ispirazionale, vuole mandare il messaggio edificante (pur sempre di una serie di Rai Uno parliamo). E cosa c’è di sbagliato? A farsi un giro sui social nelle ultime ore, sembrerebbe che parecchi errori siano stati fatti, sia di valutazione che di scelte narrative, per non parlare dell’accusa più grande di tutti: questa bella storia serve solo a fare propaganda governativa, il solito prodotto di TeleMeloni insomma, di quelli a cui in questi mesi siamo stati abituati. D’altronde, nel paese dei 60 milioni di ct della nazionale, almeno 30 milioni potrebbero tranquillamente essere anche registi o produttori.

L’idea de “La Preside” risale al 2019, anno in cui Zingaretti e Ranieri decidono di sondare il terreno contattando la dottoressa Eugenia Carfora, con l’intenzione di fare della sua storia un prodotto televisivo. Nel 2019 il Decreto Caivano era ancora lontano, così come era lontano il Governo Meloni e la conseguente TeleMeloni. Eppure, nelle ultime ore, sui social sono esplose polemiche che confondono date e intenzioni, caratteristiche personali e spunti narrativi.

Luisa Ranieri e Luca Zingaretti, il video inedito della festa in casa per la prima puntata de “La Preside”La polemica (assurda): “Lanciata insieme al Decreto Caivano”

A dare fuoco alle polveri è stato il lungo post su Facebook di un sindacalista della scuola, ripreso da molti altri profili, che scrive, tra l’altro: “Sta per andare in onda su Rai 1 l’ennesima fiction celebrativa: la storia della “preside di Caivano”. Un racconto costruito ad arte, che nulla ha a che fare con la complessità reale della scuola e che serve, piuttosto, a legittimare politicamente il cosiddetto Decreto Caivano. Intorno a questa figura si è creato un clamore spropositato, un’aura eroica funzionale a un messaggio molto chiaro: esistono “uomini e donne forti” che, insieme a decreti repressivi, possono risolvere magicamente i problemi delle cosiddette scuole di frontiera. Una narrazione rassicurante, romantica, ma profondamente falsa. L’alone eroico costruito intorno alla preside di Caivano è solo fumo negli occhi. Serve a far passare l’idea che il Decreto Caivano, insieme a presunti “eroi”, sia la ricetta vincente per creare una scuola amata e rispettata”. Il post continua, raccontando che l’autoritarismo di Eugenia Carfora avrebbe messo in fuga docenti e personale ATA, con cui non si conterebbero più i contenziosi.

Sotto al post commenti di persone che, oltre ad aver visto la fiction, ricordano il documentario di Iannacone, alunni ed ex alunni che si schierano con le Preside, ma anche docenti che rilanciano sui contrasti e sul presunto “individualismo” della dirigente e confermano gli attriti. Insomma, abbiamo capito che parliamo di una personalità che divide, ma questo, cosa c’entra con la fiction?

Le accuse smontate, una per una

Questa polemica sembra grottesca e basata su una confusione di partenza.

Se è vero che non è mai augurabile che un popolo abbia bisogno di eroi per far valere i propri diritti è anche vero che gli eroi servono alle serie tv e inoltre, come detto, le accuse confondono piani temporali, politica, realtà, fiction e questioni personali, sindacali e burocratiche, in un guazzabuglio che non sembra avere molto senso.

Eugenia Carfora, raccontava a Iannacone, che di lei, dopo pochi mesi che si era messa a lavoro, si diceva che fosse “pazza”, e non ha mai negato che i suoi metodi fossero parecchio diretti. D’altronde, già solo l’idea di andare a cercare gli alunni casa per casa non risulta rientri esattamente nelle linee guida del ministero. E allora cosa fare? Una delle preoccupazioni che più sottolinea la preside nelle sue interviste è quella di “non perdere tempo”, “non perdere neanche un minuto” e il motivo è, di nuovo, pratico: l’obbligo scolastico in Italia finisce a 16 anni, fino a quel momento c’è possibilità di recuperare un ragazzo e di riportarlo tra i banchi, poi non più e i tempi della burocrazia spesso sono troppo lenti rispetto a quelli della vita, soprattutto della vita degli adolescenti a cui basta un attimo per andare fuori strada. Questo non vuol dire ovviamente disprezzo delle regole, visto che la Preside Carfora, sempre attenendoci alle sue parole, ha fatto della legalità, la base di tutta la sua azione. Ma ancora, il punto non è questo, il punto è pretendere che una fiction “liberamente ispirata” a una storia vera possa davvero raccontare la complessità di una delle tante scuole di frontiera italiane. Quello che si fa con la serie di cui è protagonista Luisa Ranieri è semplicemente raccontare una storia che possa ispirare, soprattutto, a darsi da fare per cambiare le cose, non stare lì ad attendere che qualcuno lo faccia al posto nostro, e anzi, se qualcuno è pagato per farlo al posto nostro, pretendere che lo faccia (cosa, anche questa, che comporta infinita pazienza e parecchia energia), non adagiarsi nella rassegnazione, nemmeno nei contesti più difficili dove tutto sembra perduto. Per far passare questo messaggio si è preso ad esempio una donna, che è di certo un essere umano, che dunque avrà, immaginiamo, pregi e difetti, ma che è riuscita a far parlare di sé e della sua scuola, e di quel pezzo di Caivano, come di un luogo rigenerato con l’energia della volontà, della dedizione al proprio lavoro, della pretesa di far valere i diritti propri, della scuola e dei ragazzi, a prezzo anche, forse, di chissà quali rinunce personali.

Se sulla persona quindi, niente possiamo dire non conoscendola, così come sui suoi eventuali screzi con il personale con cui collabora, ci limitiamo a ricordare, rispetto alle accuse di “individualismo”, che Eugenia Carfora, durante la conferenza stampa di presentazione della serie ha detto che bisogna raccontare “cosa c’è dietro l’apertura di un cancello di una scuola ogni mattina, bisogna ricordare che ci sono tante formichine: docenti, personale Ata, dirigenti che lavorano tutti insieme”, così come ha sottolineato che “il cambiamento non avviene in un giorno, il lavoro della scuola è un lavoro di pazienza, come crescere un figlio”.

La parte più grottesca della vicenda

La parte più grottesca di tutta la questione poi è di certo la polemica politica: se è vero che Caivano ha dato il nome a un decreto sbandierato come grande vittoria dell’attuale governo, è anche vero che l’idea della fiction nasce in tempi non sospetti, che di questa storia si sono interessati autori e giornalisti che non sono esattamente vicini all’attuale maggioranza e che questa è una storia che parla di riscatto sociale, che dovrebbe essere un tema che interessa tutti, e in teoria, storicamente, dovrebbe interessare più le forze che in questo momento si trovano all’opposizione.

Ma non sarà che veramente, questo è un paese che gli eroi li apprezza solo se negativi? Non sarà che, chi riesce a fare qualcosa di buono, dimostrando che si può fare e dunque mettendoci di fronte a qualche nostra responsabilità, ci dà sempre un po’ fastidio, non solo nella realtà, ma anche semplicemente rappresentato in tv? Abbiamo visto serie tv dedicate alla Banda della Magliana, a Gomorra, a Vallanzasca e via elencando e ora dovremmo infastidirci per La Preside che si rimbocca le maniche, si ribella e con piglio sì, forse individualistico e parecchio energico (ma non ci sembra di assistere alla rappresentazione di una dittatrice onestamente), rivolta la realtà per dare qualche possibilità a ragazzi che non ne hanno, diventando un’eroina, stilizzata come ogni personaggio di fiction, ma comunque positiva? Cosa dovrebbe produrre la Rai se non una serie come questa? Questa è una storia che merita l’attenzione che le sta dando il servizio pubblico, a prescindere che sia epoca di TeleMeloni, TeleKabul o TeleBiancofiore.