di
Antonella Mollica
Esposto sul caso della prostituta uccisa a coltellate nel 1983 per cui non fu mai trovato un colpevole. Unico indagato ai tempi: Giancarlo Lotti, uno dei compagni di merende di Pietro Pacciani. I due identikit e il mistero mai risolto
Clelia Cuscito aveva 37 anni quando venne uccisa nel suo appartamento di via Gian Paolo Orsini a Firenze la mattina del 14 dicembre 1983. Fu una mattanza: quindici coltellate ma la morte arrivò rapidissima dopo la prima che colpì la carotide. Clelia, pugliese di Gioia del Colle, aveva abbandonato il lavoro da infermiera a Villa Ulivella diversi anni prima per fare la prostituta. Un lavoro che non aveva mai nascosto nel quartiere dove viveva e che a lei e ai suoi fratelli più piccoli consentiva una vita agiata. L’unica cosa certa è che Clelia aprì la porta al suo assassino, uno dei tanti clienti che facevano la fila davanti al portone per andare da lei.
L’autore di quel delitto è ancora oggi senza nome.
Ora l’avvocato Mattia Alfano, che si è avvalso del giornalista Matteo Calì e del consulente Loris Bonacci Martinelli, ha presentato un esposto in procura sul caso di Clelia mettendo in fila una serie di elementi su quel delitto dimenticato che potrebbero gettare nuova luce anche sui delitti del Mostro.
Dall’abitazione di Clelia non mancava nulla, nè i gioielli, nè i 14 milioni di lire in contanti. Vennero trovate 46 videocassette pornografiche, un’agenda telefonica sporca di sangue con due pagine strappate — forse lì c’era una traccia che poteva portare all’assassino — e un’impronta su un interruttore all’ultimo piano. Nelle mani di Clelia vennero trovati dei capelli strappati a un soggetto di gruppo sanguigno B, lo stesso trovate su un fazzolettino e su un capello repertati sulla piazzola degli Scopeti nel 1985.
Delle indagini svolte 43 anni fa dalla squadra mobile restano solo due identikit molto diversi tra loro e un filo che porta all’inchiesta infinita sul Mostro. Per il delitto di Clelia ci sarà un unico sospettato, indagato quindici anni dopo il delitto dal pm Paolo Canessa: è Giancarlo Lotti (morto nel 2002), uno dei compagni di merende di Pietro Pacciani.
Nel primo identikit è lo stesso Lotti a riconoscersi ma quella pista non portò a nulla.
Nel 2009 — 7 anni dopo la morte di Lotti — il fascicolo venne archiviato. Ma l’ultima persona che entrò a casa di Clelia, secondo le testimonianze dell’epoca, fu l’uomo del secondo identikit, mai indagato: l’uomo che produceva e forniva a Clelia le videocassette hard e che frequentava regolarmente l’appartamento di via Orsini.
In quegli anni che il Mostro uccideva sulle colline di Firenze — dopo il delitto del ‘68 la pistola Beretta calibro 22 aveva ucciso altre cinque coppie, l’ultima tre mesi prima del delitto di Clelia, quando morirono due ragazzi tedeschi dentro un furgone parcheggiato a Giogoli — tra il 1982 e il 1984 vennero uccise quattro prostitute a Firenze e più volte quel mondo finì sotto la lente degli inquirenti che stavano dando la caccia all’imprendibile killer pensando che ci potessero essere dei collegamenti. E un biglietto con il numero di telefono di Clelia venne trovato nel portafogli di una delle vittime del Mostro, Stefano Baldi, ucciso con la fidanzata Susanna Cambi nel duplice omicidio di Calenzano del 1981.
Vai a tutte le notizie di Firenze
Iscriviti alla newsletter del Corriere Fiorentino
17 gennaio 2026 ( modifica il 17 gennaio 2026 | 11:18)
© RIPRODUZIONE RISERVATA