di
Vera Martinella
Epatite B e C, obesità, diabete di tipo 2, steatosi epatica, bevande alcoliche, fumo e aflatossina B1 sono i responsabili di migliaia di casi, anche in Italia
Hanno analizzato i dati contenuti nei principali database mondiali, relativi a 185 Paesi e poi hanno tirato le somme in uno studio pubblicato nei giorni scorsi: sarebbe evitabile ben il 78,4% degli oltre 680mila casi di tumore al fegato diagnosticati a livello globale nel 2022. Come? Facendo attenzione a quelli che gli esperti chiamano «fattori di rischio modificabili», ovvero in pratica abitudini legate allo stile di vita e all’ambiente che possono essere cambiate per ridurre il rischio di sviluppare malattie. In particolare sono nove quelli collegati all’epatocarcinoma, suddivisi fra infezioni (virus dell’epatite B e C), fattori metabolici (obesità, diabete di tipo 2 e steatosi epatica associata a disfunzione metabolica) e comportamentali (abuso di bevande alcoliche, fumo e aflatossina B1, che può contaminare alimenti come cereali, frutta secca, semi oleosi e spezie, soggetta da tempo a rigorosi limiti di legge per la sicurezza alimentare).
Casi in aumento per gli stili di vita scorretti
Globalmente a causare più neoplasie sono le infezioni (a cui è collegato il 65,9% dei casi), seguite dagli stili di vita (22,4%) e dai fattori metabolici (19,7%), con differenze marcate nelle diverse aree geografiche: per esempio l’epatite B è di gran lunga la maggiore responsabile nell’Est asiatico, il fumo nel Nord America e gli alcolici in Europa occidentale. L’indagine, inoltre, registra fra il 1990 e il 2022 una costante diminuzione dei casi di cancro al fegato dovuti sia all’epatite B e C (con la diffusione dei vaccini) sia agli stili di vita, mentre c’è stato un aumento delle neoplasie collegate ai fattori metabolici, purtroppo dovuti alla diffusione di cattive abitudini alimentari e comportamentali. «Queste statistiche dimostrano che la maggior parte dei tumori fegato, quasi 8 su 10, sarebbero prevenibili – commenta Bruno Daniele, direttore dell’Oncologia dell’Ospedale del Mare di Napoli e coordinatore delle linee guida Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) per l’epatocarcinoma -. Un’informazione molto importante, ancor di più in considerazione del fatto che il carcinoma epatocellulare è una patologia difficile da curare, ancora spesso individuata tardi e, di conseguenza, con una prognosi spesso sfavorevole».
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Cosa succede in Italia
I dati raccolti dal nuovo studio sono simili alle statistiche italiane più recenti, contenute anche nel volume «I numeri del cancro in Italia 2024»: «Oltre il 70% dei casi di tumori primitivi del fegato è riconducibile a fattori di rischio noti, quali l’infezione da virus dell’epatite C (Hcv) e da virus dell’epatite B (Hbv) – dice Daniele -. Nelle aree del Nord Italia circa un terzo dei tumori del fegato è peraltro attribuibile all’abuso di bevande alcoliche. Negli ultimi anni si è osservato un aumento dell’età alla diagnosi e un progressivo incremento dei casi non virali, ovvero a insorgenza metabolica (obesità, diabete, ecc.) o mista (metabolica ed etilica)». Questo cambiamento epidemiologico è, in parte, dovuto all’effetto della vaccinazione anti-
Hbv (in Italia obbligatoria da più di 30 anni) e alle terapie antivirali per l’Hcv e, in parte, allo stile di vita (alimentazione eccessiva e ricca in grassi, sedentarietà, sovrappeso e obesità ecc.) proprio dei Paesi occidentali. «I casi di epatocarcinoma correlati agli stili di vita (quindi in pazienti obesi, diabetici, ecc.) sono in incremento in Italia, come in tutto il mondo occidentale, e vengono generalmente diagnosticati in fase più avanzata perché questi pazienti, non essendo consapevoli di avere una patologia epatica predisponente (come per esempio chi soffre di cirrosi), non si sottopongono ai controlli periodici previsti per i pazienti con epatopatie virus-correlate – spiega Daniele -. A questo proposito sarebbe utile sensibilizzare anche i medici di base e gli specialisti (in particolare endocrinologi, diabetologi) che seguono questi pazienti per farli valutare anche da un punto di vista epatologico».
Sintomi e terapie
Se, soprattutto nelle fasi iniziali, l’epatocarcinoma non dà alcun segno di sé, quando la malattia si diffonde iniziano a comparire i sintomi come dolore alla parte superiore dell’addome, che si può irradiare anche alla schiena e alle spalle, ingrossamento del ventre, perdita di peso e di appetito, nausea, vomito, sensazione di sazietà, stanchezza, ittero (ovvero il colore giallo della pelle), colorazione scura delle urine e febbre. Sono segnali che non vanno trascurati, meglio parlarne con un medico. «In Italia, la grande maggioranza dei casi di epatocarcinoma si sviluppa in pazienti con cirrosi – conclude Bruno Daniele -. Per questo da tempo è prevista una sorveglianza con ecografia epatica semestrale dei soggetti a rischio (principalmente pazienti cirrotici, affetti da epatite cronica da virus B o da virus C con fibrosi avanzata e pazienti con steatosi epatica associata a disfunzione metabolica) per arrivare a una diagnosi in stadio precoce con interventi potenzialmente curativi (trapianto di fegato, resezione epatica, termoablazione) e migliorare la sopravvivenza». L’epatocarcinoma, infatti, è un tumore molto aggressivo e solo in una minoranza di casi è possibile intervenire in modo efficace con interventi chirurgici e anche il trapianto di fegato, che rappresenta un trattamento ottimale (che peraltro affronta e risolve pure il serio problema della cirrosi epatica) può essere effettuato in pochi malati. La maggior parte dei pazienti oggi viene quindi trattata con diversi tipi di farmaci (immunoterapia e inibitori delle chinasi), mentre radioterapia e chemioterapia non si sono dimostrate particolarmente efficaci. Con l’immunoterapia la sopravvivenza dei pazienti con epatocarcinoma avanzato sta migliorando e circa il 20% dei pazienti in stadio avanzato trattati con farmaci immunoterapici è vivo dopo cinque anni dall’inizio del trattamento.
19 gennaio 2026 ( modifica il 19 gennaio 2026 | 08:11)
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