di
Mario Platero
La sfida di Larry Fink – co-presidente del Forum di Davos – è convincere Trump a rallentare, a sedersi con gli alleati europei e a risolvere nel modo migliore e più intelligente possibile la questione Groenlandia e con essa la sopravvivenza dell’Occidente
NEW YORK – Grande attesa e grande punto interrogativo a Davos: l’attesa è per il presidente americano Donald Trump, che arriverà domani in Europa e sarà per la prima volta al World Economic Forum di persona. Il punto interrogativo è sull’esito di questa sua visita e sul ruolo che potrà giocare il potentissimo Larry Fink, il nuovo co-presidente dell’evento globale per eccellenza, nel disarmare la mina vagante Groenlandia, che vede schierati su fronti opposti il presidente americano e l’Europa e che minaccia di far saltare per aria la Nato con l’amicizia transatlantica. Uno sviluppo questo che preoccupa i mercati mondiali e Fink in particolare, ceo di BlackRock, il più grande gestore di fondi al mondo con 14 trilioni di dollari in gestione.
L’uomo d’affari più potente al mondo e il World Economic Forum
Ho visto un paio di volte Larry Fink in azione nel suo ufficio: telefono che squilla in continuazione, maestro di diplomazia, trasversale, efficace, Fink è certamente l’uomo d’affari più potente al mondo. Il suo fondo ha pacchetti azionari rilevanti in una buona parte delle aziende quotate nelle borse mondiali e finora non ha mancato un colpo, incluso vincere questa sfida: evitare che il Weo di Davos cadesse nell’oblio dopo la destituzione del suo leggendario fondatore, Klaus Schwab, 88 anni, un ingegnere-economista tedesco che aveva trasformato il suo forum nell’appuntamento annuale politico-economico da non mancare.
Schwab è finito defenestrato per appropriazione indebita di fondi societari e senza di lui, senza i suoi rapporti personali con i leader politici di tutto il mondo, senza la sua neutralità, che gli consentiva di godere della fiducia sia di Trump che Xi Jinping e di decine di altri capi di stato e di governo, il rischio era che la straordinaria macchina del World Economic Forum perdesse la sua patina di esclusività e di passarella obbligata per i potenti del mondo.
Gli ospiti
Fink ha accettato l’incarico non per danaro ma per vincere appunto la sfida di preservare l’organizzazione dopo l’uscita ingloriosa del suo fondatore e per ora c’è riuscito: è stato lui a convincere Trump a venire di persona al Forum, un colpo che ha subito rilanciato l’immagine dell’organizzazione.
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Ma come in tutte le cose c’è l’aspetto positivo e quello negativo.
Il positivo è che Fink ha mobilitato mezzo mondo, per esempio c’è Jensen Huang, che non aveva mai preso parte a Davos. È l’amministratore delegato di Nvidia, motore chiave per l’intelligenza artificiale, l’azienda più capitalizzata al mondo con una valutazione ieri pari a circa 4,5 trilioni di dollari. Fink ha anche convinto Jamie Dimon, ceo di JP Morgan, la più grande banca del mondo a partecipare a un dibattito “live”, Ken Griffin, fondatore del gigante hedge fund Citadel, altro numero uno, a tornare a Davos dopo 15 anni di assenza e Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft a conversare con lui.
Risultato, il Wef di quest’anno avrà un numero di partecipanti record, 850 ceo o presidenti di grandi aziende, 400 leader politici con una settantina a livello di capo di stato o di governo e tra questi 6 leader del G7 incluso il nostro presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
E gli assenti
Ma veniamo all’aspetto negativo. Con Fink, simbolo stesso della potenza del mondo degli affari americano a livello globale c’è un co-presidente, Andre Hoffman diretto discendente del fondatore e vicepresidente del colosso farmaceutico Hoffman la Roche.
La nuova veste del Wef assume dunque contorni prevalentemente americani o comunque occidentali e si distacca dal quella percezione di neutralità assoluta (o quasi) che era riuscito ad ottenere Schwab.
Forse per questo i leader di Russia, Cina, Brasile e India hanno disertato, almeno fino a quando scriviamo, l’evento. Assenze chiave che mettono ancora più a fuoco la polarizzazione tra l’Occidente e i Bric, intenti a creare un loro gruppo di influenza che rappresenta la maggioranza della popolazione mondiale. La loro assenza mette ancora più in evidenza il declino apparente dell’Occidente, l’incapacità di una alleanza che ha funzionato per 80 anni di sopravvivere gli eccessi del Presidente americano.
Il contesto geopolitico
Per questo il problema vero che Fink sarà chiamato a risolvere non sarà il rilancio del Wef ma quello di convincere il suo amico Donald a ricucire il dialogo tra Europa e Stati Uniti attorno alla questione Groenlandia.
L’aggressività, l’imperiosità, l’arroganza con cui si è portato Trump sulla Groenlandia è distruttiva, al punto che il New York Times si chiede se il Presidente con questi suoi atteggiamenti voglia davvero l’isola ghiacciata dell’Artico. Anche perché il contesto geopolitico come sappiamo è cambiato, il vecchio ordine multilaterale vacilla e può essere giusto, forse indispensabile, potenziare militarmente e sfruttare economicamente un territorio strategicamente chiave come la Groenlandia, diciamolo, ignorata in termini di investimenti, non solo dalla Danimarca (che per protesta non verrà a Davos!) ma dalla stessa Europa.
La questione Groenlandia
Da sempre la proposta europea, nel rispetto del diritto internazionale e di quei confini che giudichiamo sacrosanti, si è detto di farlo insieme, magari con una «maggioranza» americana, magari in un contesto Nato. Ma il ricatto, la minaccia di tariffe assurde, l’esproprio, gli insulti e l’ultimo incredibile eccesso, il testo inviato al Primo ministro norvegese Jonas Stora in cui di fatto Trump dice di sentirsi libero di fare quel che vuole con la Groenlandia perché «la Norvegia non gli ha dato il premio Nobel per la pace» (tra l’altro errato perché il Nobel non lo decide il governo) portano solo alla rottura. Questo sviluppo ha tolto dai riflettori il Venezuela, su cui il presidente doveva fare importanti annunci e messo al centro del dibattito il rapporto transatlantico.
Questo Larry Fink lo sa benissimo e la posta in gioco per lui è improvvisamente salita.
Qui non si tratta di rilanciare con successo il World Economic Forum, la sua sfida, anche personale, sarà quella di convincere Trump a rallentare, a sedersi con gli alleati europei e a risolvere nel modo migliore e più intelligente possibile la questione Groenlandia e con essa la sopravvivenza dell’Occidente come l’abbiamo conosciuto. Il pilastro attorno al quale BlackRock, JP Morgan, Nvidia, Microsoft e mille altri hanno potuto costruire la loro – e la nostra – fortuna.
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20 gennaio 2026 ( modifica il 20 gennaio 2026 | 13:06)
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