Una vittoria della volontà
(Massimiliano Nerozzi) È stata una vittoria da brutti, sporchi e cattivi contro uno, José Mourinho, che nel ramo potrebbe avere una cattedra ad Harvard e che, infatti, con un primo tempo saggio e appiccicoso, aveva incartato la Juve: di più, è un successo di quelli che possono indirizzare una stagione, spedendo Madama ai play-off (come minimo), a pari punti con l’Inter, o direttamente agli ottavi, girasse mai bene la roulette nell’ultima sfida di Monte-Carlo, contro il Monaco. Gufando i risultati della concorrenza, ovviamente.
Notte non banale all’Allianz Stadium, insomma, che mischia cronaca (2-0 alla fine) e storia, visto che i bianconeri non battevano il Benfica dalla Coppa Uefa 1992/93, più archeologia che statistica: per il resto, sette sconfitte e un pareggio. Stavolta, la partita juventina è stata un inno alla solidità e alla maturità, più che uno spot da caviale e tiki-taka: capita, quando sul tavolo c’è tutto il jackpot. Nel primo tempo, dunque, meglio il signor «Por qué?», davanti a una Juve non proprio «intelligente» — per usate un aggettivo tirato in ballo alla vigilia — e neppure coraggiosa, che concede troppo palleggio ai lusitani e, soprattutto, accetta a lungo di giocare al ritmo dei portoghesi, un triste fado che finisce per «risucchiarti» (copyright Spalletti). Così era, a lungo. A parte l’incipit, ma neppure venti minuti, bianconeri senza riaggressione famelica, e con i difensori che scappavano indietro troppo in fretta. Peggio: pareva esserci una paura strisciante, chissà se per l’importanza della sfida, sensazione che trovava conferma nei tanti errori tecnici della prima metà: di appoggio anche, con il compagno a pochi metri. Come quello di Locatelli in uscita (al minuto 23’), quando il Benfica arriva a un tap-in dal gol, sfumato solo per la scivolatona di Kelly sui piedi di Pavlidis. Ansia che spuntava pure dai tocchi di Miretti, senza grip, rispetto alle ultime uscite. Lui che era sulla prima trincea di pressione, al fianco di David, il Fantasma all’Opera (nel primo tempo).
Insomma, si giocava secondo le regole di Mou: e, quando fila così, rischi grosso. Morale della (brutta) favola: Madama accelerava solo quando il pallone finiva a Yildiz. «Spalletti mi lascia libertà per attaccare», aveva detto Kenan, poco prima dell’inizio: difatti, eccolo da tutte le parti, ma sempre da ditta individuale. Dai primi 45 minuti, ne sono così usciti un rasoterra largo del numero dieci, un colpetto di testa di Miretti oltre la traversa e uno ancor più sciagurato di David, completamente fuori bersaglio, da cinque metri dalla linea di meta.
A proposito di ritmo, Lucio prova subito a cambiarlo a inizio ripresa: fuori Miretti e dentro Conceicao. Difatti, appena la Juve alza i giri delle ripartenze — e gioca con un po’ più di coraggio — arrivano un tiro pulito (di McKennie, gran parata di Trubin) e il vantaggio di Thuram, ieri per lunghi tratti l’unico giocatore ipercinetico sul prato: uno-due con David, due passi in area e rasoterra all’angolino che non si prende. Bis del texano, spedito in porta da un’altra sponda di David, cui sono bastate due giocate per riscoprirsi Re.
La reazione delle Aquile è in un palo scheggiato e in una pressione un po’ più insistita, ma mai asfissiante e che la Juve pareva poter gestire senza troppi patemi. Non fosse per il calcione di Bremer su Barreiro, che l’autopsia della Var certifica in rigore, ma che Pavlidis calcia malissimo, scivolando sul più bello: tipo John Terry nella finale di Mosca. Mourinho è uno che seduce per quello che vince, non per come vince: a Spalletti, nella ripresa, sono riuscite entrambe le cose.