di
Paolo Mereghetti

Nessuna candidatura per il nostro Paese, forse questo silenzio servirà a far riflettere

Non mi ricordo da quando agli Oscar non c’è nemmeno un italiano a contendersi una statuetta, ma forse questo «silenzio» servirà a far riflettere chi ad ogni soffio di vento è pronto a fare un comunicato trionfante. 

No, l’Italia non ha proprio niente di cui vantarsi e non tanto per la qualità della sua produzione (bei film li abbiamo sempre fatti e continuiamo a farli) ma per l’incapacità di proteggere e diffondere il nostro cinema all’estero: la cara Chiasso di arbasiniana memoria torna a essere una meta irraggiungibile, figurarsi Hollywood (riflettete, gente, riflettete quando sciorinate i successi al box office) per non parlare di iniziative capaci di far conoscere davvero il nostro cinema e che non siano solo occasioni per qualche vacanza gratis. 



















































Poi, tornando agli Oscar, vale la pena di ricordare che i due titoli con più nomination («I peccatori» in 16 categorie, «Una battaglia dopo l’altra» in 13) sono entrambi prodotti da Warner: riuscirà a toccare vertici così alti anche quando finisse nelle mani di Netflix.

Per il resto staremo a vedere chi riuscirà a far valere le sue armi di pressione di massa (per i premi finali i votanti sono più di 10mila): le previsioni danno Jessie Buckley per «Hamnet» e Timothée Chalamet per «Marty Supreme» favoriti nelle rispettive categorie, forse l’animazione coreana batterà ancora i giganti Disney come ai Golden Globes (io faccio il tifo per «La piccola Amélie») mentre per film e regia molto dipenderà dai sensi di colpa dei votanti verso la cultura e l’orgoglio nero (esaltato in «I peccatori»). 

Negli ultimi anni la voglia di mettersi in pace almeno l’anima cinematografica aveva contato molto. Vedremo il 15 marzo.

23 gennaio 2026 ( modifica il 23 gennaio 2026 | 08:26)