Due giorni prima del compleanno è scomparso Carlo Cecchi. Nato a Firenze il 25 gennaio del 1939, è stato trovato morto ieri nella sua casa di Campagnano (Roma) dalla cameriera, secondo quanto si apprende da persone che a lui erano vicine. «Una morte inaspettata», viene detto. Cecchi, grande attore di teatro della stirpe rara dei Carmelo Bene, padrone dello stile genio e sregolatezza, razionalizzato negli studi all’Accademia. I suoi maestri sono molti e diversi, dal Living ad Eduardo, oltre all’amicizia e ai consigli di Elsa Morante. È stato protagonista memorabile di Cecov (da «Ivanov») e di «Finale di partita» di Beckett, ripreso anche a distanza con Valerio Binasco, circumnavigando la solitudine novecentesca, interpretando pure, lasciando impronte artistiche digitali Majakovskji, Brecht e Buchner, l’opposizione del teatro epico. E poi i grandi Molière, Pirandello: ogni autore era in un certo senso al suo servizio, egli arricchiva ogni serata di teatro della sua espressività evitando artificio e retorica.
Si è imposto figura carismatica, capocomico del Granteatro, poi allargata nel Nicolini di Firenze, non in senso di imprenditore e mattatore alla Gassmann, ma come coscienza di un nuovo modo di far giungere la poesia di ieri e oggi da Scarpetta a quasi tutto Pinter, di cui gli era congeniale l’incastro di commedia e tragedia, the inglese con veleno. Diresse e recitò Shakespeare, tra cui «La tempesta» e non un solo «Amleto» in visione personale, spezzando la logica tradizionale. Fu interprete eccezionale di un altro grande «eccentrico» della scena, Thomas Bernhard; lavorò molto nel teatro Garibaldi di Palermo, iniziando alla luce del sole e inseguendo i tempi della giornata, attento ai luoghi dove situava il «suo» modo di far teatro e di relazionarsi all’ambiente, al pubblico, come genialmente fece Ronconi.
Con lui moltissimi attori che da debuttanti diventarono poi famosi, talent scout di una intera generazione. Al cinema si ricorda la prova con Martone in Morte di un matematico napoletano (l’angoscia intellettuale di Renato Caccioppoli, scienziato suicida nella Napoli dei ‘50) recitando anche con Tognazzi e Avati, Ozpetek e Bertolucci, la Valeri e Frezza, che nel sessantottino Il gatto selvaggio gli fa eliminare i nemici di classe, ma rifiuta un film di Bellocchio, Salto nel vuoto.
È il teatro il suo luogo di abitazione naturale e artificiale, insieme, in scena esprimeva quel suo modo di essere nello stesso tempo tragico e grottesco, disperato e irridente. Si mette in luce, affrontando anche un celeberrimo Eduardo «Sik Sik l’artefice magico»: insomma un personaggio unico, molto popolare e molto colto, molto regionale e molto internazionale. Negli ultimi anni la sua casa era spesso diventato il teatro Parenti a Milano anche per il forte legame di lavoro e amicizia con la Shammah che l’ha diretto in «La leggenda del santo Bevitore», riduzione dal romanzo di Joseph Roth replicata per molte stagioni, penetrando ogni sera di più nella figura di un uomo alla deriva, un soliloquio della coscienza.
Nell’arte di Cecchi, figura che non lascia eredi, si specchiano i trionfi del teatro all’italiana e i classici ufficiali di cui recupera l’intensità nascosta sotto il peso di anni di manierismi, facendoli coabitare con le esperienze nuove di un teatro tragicamente consapevole tanto da far uscire un’ombra di disperata ma contagiosa ironia.
23 gennaio 2026 ( modifica il 23 gennaio 2026 | 19:58)
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