Esisterà ancora una differenza tra dare del «pezzo di merda» a qualcuno in privato e scriverlo su Instagram, o no? Mi rispondo da solo: no. 

Ci pensavo leggendo il post di due persone intelligenti e abituate a gestire lo stress, Federica Pellegrini e il suo ex allenatore e attuale marito Matteo Giunta. La loro bambina si è presa l’influenza al nido e sul profilo di Giunta è apparso un testo, condiviso entusiasticamente dalla moglie, che recita così: «Mi rivolgo a quei genitori che mandano i propri figli febbricitanti all’asilo. Siete degli irresponsabili pezzi di merda!». Un tempo si sarebbero fermati a «irresponsabili». L’insulto finale lo avrebbero pensato, magari pronunciato a una cena tra amici. Ma mai si sarebbero sognati di urlarlo o scriverlo in pubblico, mettendolo a disposizione di un uditorio indistinto ed esponendo quei genitori, colpevoli di menefreghismo, alla gogna.



















































Si è sbriciolato il velo che separava il pensabile dal dicibile, e il dicibile dallo scrivibile. La frase becera, che qualche dinosauro sopravvissuto al meteorite del cattivo gusto si ostina a considerare una scorciatoia e un sintomo di debolezza, è diventata un segno di vitalità e sincerità. Non solo chi scrive e parla, ma anche chi legge e ascolta ormai riesce ad afferrare un concetto solo quando è condito con un insulto. 

Per avere qualche probabilità di passare alla storia, oggi Martin Luther King dovrebbe dire «I have a fucking dream!» e forse non basterebbe, se non l’accompagnasse con un gestaccio. 

24 gennaio 2026, 07:29 – modifica il 24 gennaio 2026 | 09:35