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Giuseppe Sarcina, inviato a Nuuk

La ministra Naaja Nathanielsen,: «Terre rare? Servono 15 anni»

Il sollievo a Nuuk, la capitale della Groenlandia, è evidente. Come traspare anche dalle parole di Naaja Nathanielsen, ministra nel governo dell’isola artica, responsabile di cinque dicasteri, Affari, Risorse minerarie, Energia, Giustizia e Pari opportunità: «Ora siamo aperti a trattare su tutto, tranne che sulla nostra sovranità»

Partiamo dall’incontro tra Donald Trump e il Segretario della Nato, Mark Rutte…
«Mi sono molto preoccupata ad ascoltare il discorso di Trump. Vero, il presidente americano ha escluso il ricorso alla forza contro la Groenlandia. Ma è stato molto duro con l’Europa. Il faccia a faccia con Rutte, invece, è stato importante. Ha prodotto progressi e ci ha fatto scendere di parecchi gradini la scala della tensione. Mi ha colpito molto anche il messaggio del primo ministro canadese, Mark Carney, perché credo che quello della Groenlandia sia solo un esempio di ciò che sta accadendo nel mondo. È vero che siamo di fronte a una frattura del vecchio ordine globale».



















































Che cosa si aspetta ora per la Groenlandia?
«Certamente ora siamo in una posizione migliore. Spero e penso che si possa riprendere il dialogo con gli Stati Uniti. In ogni caso se guardiamo alla sostanza, non è cambiato nulla».

Trump sostiene che sia stato raggiunto un «accordo quadro» con Rutte sulla sicurezza dell’Artico. Che cosa dovrebbe contenere questa cornice?
«Se parliamo di Nato, il governo della Groenlandia e il ministero della Difesa danese hanno già dichiarato di essere molto aperti, per esempio, all’idea di una missione permanente dell’Alleanza atlantica in Groenlandia e, più in generale, nell’Artico. Siamo favorevoli all’aumento delle installazioni militari per la sorveglianza. Credo che si seguirà questa strada, perché vediamo che i Paesi europei, proprio ieri, hanno confermato che vogliono incrementare le loro spese nell’Artico».

Il problema, però, è il rapporto con gli americani…
«Abbiamo già un tavolo trilaterale: da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la Groenlandia e la Danimarca. Trump ha evocato un nuovo accordo. Com’è noto esiste già un’intesa sulla sicurezza della Groenlandia, firmata dagli Usa e dalla Danimarca nel 1951. Siamo più che disponibili ad aggiornarlo. Per altro il mio Paese stavolta, a differenza del 1951, partecipa alla trattativa e questo potrebbe rendere più facile trovare le soluzioni. Abbiamo, però, un principio che non può essere messo in discussione: noi non siamo in vendita e non rinunceremo mai alla sovranità sul nostro territorio».

Si parla molto del «modello Guantánamo», la base navale concessa in prestito perpetuo agli Stati Uniti dai cubani nel 1903. In campo c’è anche la «formula Cipro», il Paese dove i britannici hanno conservato la sovranità su un paio di basi militari. Quale può essere la soluzione accettabile?
«Il modello Guantánamo ha potenzialità interessanti. Poi, chiaramente, bisognerà entrare nel dettaglio: vedere dove possono essere collocate le basi, per esempio. Ripeto: siamo aperti al confronto anche se, mi dispiace per lei, non possiamo condurlo attraverso i media. Ne dobbiamo discutere faccia a faccia con gli americani. Credo inizieremo presto a farlo»

Nell’accordo con gli Stati Uniti potrebbero entrare concessioni per lo sfruttamento delle vostre risorse naturali: metalli preziosi, terre rare, petrolio?
«Noi preferiamo tenere separati i due piani. Facciamo un accordo sulla difesa e su un altro tavolo discutiamo di risorse naturali. La Groenlandia ha grandi potenzialità, ma non è ancora un Paese maturo da questo punto di vista. Al momento abbiamo una sola miniera da cui ricaviamo il feldspato, una sostanza che si usa, tra l’altro, nell’industria delle vernici. Stiamo anche per aprire una miniera d’oro. Certo, abbiamo la possibilità di estrarre terre rare, ma sarà un processo lungo, rischioso e costoso. Sono progetti che hanno bisogno di investimenti a cinque, dieci, quindici anni. Faccio un esempio: stiamo lavorando per attivare una miniera di molibdeno, che viene usato per fabbricare gli acciai speciali. Ma ci vorranno almeno tre o cinque anni prima che diventi operativa. Stesso discorso per il petrolio. Abbiamo da tempo sospeso le trivellazioni e la moratoria vale anche per il futuro. Sono rimasti solo due siti produttivi. Sappiamo che da qualche parte c’è il greggio, ma è come cercare un ago in un pagliaio. E una volta trovato è molto difficile estrarlo con il clima dell’Artico. Occorrono almeno 10 anni dalla scoperta di un pozzo alla produzione del primo barile. Per questo noi puntiamo su altre fonti di energia e crediamo nella transizione verde. Questo è il futuro. Il nostro, almeno».

24 gennaio 2026 ( modifica il 24 gennaio 2026 | 15:16)