di
Fulvio Fiano
Ogni dettaglio sul delitto si è rivelato un peso per la coppia che è stata trovata impiccata nella propria casa dopo la confessione del figlio. I sospetti dei vicini
L’ombra, seppur impalpabile e passeggera, si era posata per un attimo anche su Pasquale Carlomagno, che la mattina del delitto (avvenuto in realtà più probabilmente nella notte) era andato alla villetta di via Costantino. La telecamera di sicurezza dell’abitazione che condividevano e stavano per lasciare (almeno nella dimensione di coppia) suo figlio Claudio e Federica Torzullo lo riprende davanti al cancello ad attendere invano che qualcuno gli apra, quando sono passate da pochi minuti le sette.
«Doveva portarmi le chiavi dell’azienda — dirà poi l’assassino in un interrogatorio pieno di bugie — ma il citofono non funzionava e non ho sentito il telefono». In quegli stessi minuti il 47enne stava in realtà ripulendo la scena del massacro e mezz’ora dopo uscirà con il cadavere della moglie nel bagagliaio.
Tra padre e figlio i rapporti non erano buoni, pur condividendo la titolarità della ditta di movimentazione terra. E suo malgrado il genitore aveva finito per fornire un barlume d’alibi all’omicida, dicendo ai carabinieri, nelle prime ore delle ricerche e dei sospetti, che il figlio, quella mattina, era come sempre al lavoro. «Almeno così mi aveva detto lui», preciserà poi. L’ipotesi investigativa che qualcuno abbia aiutato Carlomagno (inverosimili i tempi ristretti in cui lui sostiene di aver ucciso, smembrato, bruciato, occultato) era finita così inevitabilmente per analizzare anche questi due passaggi, senza però che allo stato ci siano riscontri che permettano di pensare anche solo a una consapevolezza di quanto avvenuto da parte del genitore.
E sullo stesso filo sottile si era interrotta, due giorni dopo il ritrovamento del cadavere, la carriera politica della mamma dell’assassino, Maria Messenio, poliziotta in pensione e assessora ad Anguillara. «Possibile che nei giorni in cui lui è tornato a stare da loro — dato il sequestro della villetta — i genitori, e la mamma in particolare, non si siano accorti di niente?», si chiedevano (e rinfacciavano ai due con toni bruschi e violenti, fino alle minacce di morte) gli abitanti della cittadina.
Il ruolo di delegata alla sicurezza, dopo che la donna aveva accompagnato il figlio a sporgere una sfacciata denuncia di scomparsa della donna che aveva appena ucciso, non poteva durare.
«Da quattro anni abbiamo quasi interrotto ogni rapporto con lui», aveva raccontato la donna al procuratore Alberto Liguori. «La sua nuova famiglia è quella dei suoceri, a cui è legatissimo». Non a caso l’ultima chiacchierata prima dell’omicidio, Carlomagno l’ha fatta con la madre di sua moglie. Federica l’aveva già allontanato ma lui temeva di perdere i rapporti con la famiglia di lei, come sottolineato dal gip, cioè tutto il mondo che aveva costruito attorno a quel matrimonio ormai finito.
Così, per i genitori dell’assassino ogni dettaglio emerso sull’atroce accanimento del figlio sulla nuora durante e dopo il delitto, ogni menzogna smascherata nella sua versione, ogni pensiero sulle ore di quella lunga settimana in cui l’avevano ripreso con loro — mentre tutti aspettavano solo una ufficializzazione di sospetti, diventati deduzioni, poi indizi e infine prove — deve essere sembrato loro sempre più insopportabile. Si sono barricati nella casa di via Tevere, a metà tra la protezione e l’autodifesa, la preoccupazione per il nipote e un futuro difficile da immaginare. «Scusateci per quello che ha fatto nostro figlio», erano riusciti a dire il giorno dell’arresto. Poi, di fronte alla parziale confessione del figlio e alla contestazione di nuove aggravanti, per loro è forse diventato impossibile andare avanti.
Vai a tutte le notizie di Roma
Iscriviti alla newsletter di Corriere Roma
24 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA