Firenze, 24 gennaio 2026 – Il 24 gennaio del 1920 moriva prematuramente Amedeo Modigliani. Era nato a Livorno il 12 luglio 1884. Ancora oggi è tra gli artisti più amati, oltre che per il genio e per l’inconfondibile cifra, soprattutto per il mito romantico che ancora avvolge la sua figura. Dandy trasgressivo e libero, Modigliani fu in realtà, durante la breve vita, un genio incompreso e anche per questo si rifugiò nel vino e nell’assenzio, condividendo al tempo stesso la personale, incessante tensione alla ricerca espressiva con la comunità artistica delle avanguardie che affollava Parigi nei primi anni del ‘900.

I ritratti sono stati il genere amato da Modì, che li interpretò in modo personalissimo e irripetibile, un vero e proprio terreno di sperimentazione nel processo di armonizzazione delle più diverse suggestioni di cui si nutrì.

Sia nella pittura sia nella scultura, le sue teste allungate, i colli infiniti, gli occhi scuri privi di pupille, le forme ieratiche sono impregnate dalle antiche culture, dall’arte egizia (scoperta al Louvre), dalla statuaria delle Cicladi e dai primitivi iberici. E di certo fu coinvolto nel dibattito intorno all’arte africana che animava l’ambiente artistico di Vlaminck, Derain, Picasso e Braque, ma, secondo i critici, l’eleganza dei volti fu presumibilmente ispirata dalla scultura Khmer che Modigliani conobbe al Museo Guimet. Del resto, il ritratto caratterizza anche gli esordi del giovane Amedeo, quando era ancora a Livorno. Frequentò il liceo ‘Niccolini Guerrazzi’ negli anni 1893-98, prima che lasciasse gli studi ginnasiali per dedicarsi esclusivamente al disegno e alla pittura sotto la guida del pittore Guglielmo Micheli, già allievo prediletto di Giovanni Fattori. Nel primo periodo della sua formazione come non menzionare il viaggio con la madre nel sud Italia, organizzato nel 1901.

A Napoli e Capri, oltre che a Roma e Firenze, Modì ebbe l’opportunità di scoprire i primitivi italiani, l’arte etrusca e l’architettura greco-romana. Durante il primo periodo parigino, i suoi dipinti furono fortemente influenzati dal realismo, a tratti forzato, di Toulouse-Lautrec e Steinlein. Ma è soprattutto l’opera di Paul Cézanne, conosciuta nella sua grandezza al Salone d’Autunno del 1907, ad ispirarlo maggiormente insieme ai capolavori di Gauguin, che avevano animato il Salone dell’anno precedente. Il tema del nudo Modì lo affrontò tra il 1915 e il 1916 con incredibile capacità.

Molte opere di questo periodo furono presentate alla galleria Berthe Weill nel 1917, che venne chiusa dalla polizia per lo scandalo destato dai quei nudi lascivi. Costretto per motivi di salute ad abbandonare (nel 1914) la scultura, divenuta troppo faticosa e impegnativa per il suo fisico debilitato, nei successivi sei anni, fino alla morte dunque, Modigliani fece ritorno al ritratto, cui si dedicò in modo esclusivo realizzandone circa 300. Abbandonata la figura ideale, l’artista si operò a far emergere l’essere, la profondità del suo io interiore, nascosto dietro un volto che è in realtà una maschera per proteggersi.