Organizzare un test a porte chiuse su un circuito a due passi da una grande città come Barcellona è qualcosa che nel 2026 non funziona. C’è voluta mezza giornata per ricordare agli addetti ai lavori che il circuito di Catalunya non è nella zona deserta di Sakhir, a Montmelò con un buon teleobiettivo si possono fotografare le monoposto in più di una curva. È sempre stato così, la differenza è che rispetto a vent’anni fa ciò che viene fotografato oggi finisce in tempo reale su account social e siti web.

C’è un’importante premessa da fare: i test di Barcellona non sono organizzati dalla FIA né da Liberty Media, bensì direttamente dalle squadre. Quando è stato comunicato il calendario ufficiale delle prove pre-stagionali contenente le due sessioni in programma in Bahrain, i team hanno deciso in autonomia di aggiungere un altro test di tre giorni (spalmati in una finestra di cinque) sul circuito di Barcellona. Nessuno si è preso la briga di considerare la portata mediatica della prima uscita ufficiale del nuovo ciclo tecnico, così come del debutto del team Cadillac e di Audi. La curiosità che si è scatenata intorno alle prove spagnole era facilissima da prevedere, ma a quanto pare nessuno è andato oltre l’off-limit per i media.

Il risultato è stato quasi comico. Nella mattinata di oggi decine tra fotografi e giornalisti erano posizionati sulle colline intorno alla pista, chi ‘armato’ di macchina fotografica, chi di telecamera. Ma non solo: c’è anche chi è riuscito a intercettare il segnale del servizio di cronometraggio, rilanciandolo in tempo reale sul web. Nel paddock di Montmelò qualcuno è rimasto sorpreso e si è mossa una vera e propria task force per alzare un muro di protezione. Il segnale ‘rubato’ ai cronometristi è stato indentificato e interrotto, mentre del personale di controllo è stato inviato sulle colline per invitare ad allontanarsi coloro che si erano recati sul posto dalle prime ore del mattino.

Quando è stato ripristinato il buio mediatico c’è stato, comprensibilmente, un grande disappunto di parte di chi da casa aveva trovato in questi canali d’informazione l’opportunità di seguire l’andamento dei test. Decine di migliaia di appassionati che non erano necessariamente alla ricerca di segreti tecnici, ma semplicemente di informazioni sull’attività in pista. C’è chi ha motivato la decisione delle porte chiuse con la mancanza di una struttura in grado di gestire la presenza dei media, non trattandosi di un test FIA e FOM, ma anche chi ha indicato la volontà di tenere i riflettori spenti per i timori legati al debutto in pista. Paura di una brutta figura, quando in realtà i problemi di gioventù sono ampiamente giustificati al via di un nuovo ciclo tecnico.

È solo un test, non cambierà certo l’affetto del grande pubblico per la Formula 1, tra due settimane scatteranno le prove in Bahrain e Barcellona finirà rapidamente nel dimenticatoio. Ma resta comunque curioso notare come il mondo della Formula 1 (in questo caso le squadre) possa pretendere un test a porte chiuse dopo le energie spese negli ultimi anni per creare il massimo hype possibile. Nessuno può stupirsi o lamentarsi della curiosità intorno al test di Montmelò: sarebbe molto preoccupante per la stessa Formula 1 se non fosse così.

Semplicemente oggi un test a porte chiuse è anacronistico. Può starci il filming day di una singola squadra, ma anche in questi casi arrivano puntualmente foto e video catturati di nascosto; figuriamoci un test collettivo, per di più il primo di una stagione attesissima come il 2026. Il racconto di Montmelò avrebbe potuto essere ben gestito mediaticamente in modo molto più efficace e sarebbe stato senza dubbio un valore aggiunto per gli appassionati. L’occasione ormai è persa, nella speranza che il mondo della Formula 1 comprenda che il consenso non può essere a intermittenza. Quando si cerca e si ottiene l’hype (parola abusatissima ma che rende l’idea) dopo diventa difficile, se non impossibile, alzare un muro per garantire una riservatezza di cui sfugge persino l’importanza.

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