«È in corso una guerra civile in America?» La domanda, angosciata, mi viene rivolta da molti lettori. Giustamente sgomenti, sbigottiti, indignati per le immagini da Minneapolis. Sono avvenute delle tragedie, almeno due manifestanti hanno perso la vita in modo assurdo mentre contestavano le operazioni dell’Ice, la polizia che si occupa di immigrazione

L’America è spaccata. Anche chi ci vive prova sentimenti di orrore, lutto, condanna, sconforto. Ma la guerra civile è un’altra cosa, se le parole hanno ancora un senso. Voglio provare a darvi un contesto, storico e di attualità, per capire la portata esatta di quello che sta accadendo.



















































Comincio dagli ultimi sviluppi. Barack Obama è uscito dal silenzio e ha unito la sua voce al coro di condanne per l’uccisione di Alex Pretti. L’ex presidente non interviene spesso nel dibattito politico e questo dà il senso della gravità degli eventi. 

Il giornale più autorevole in campo conservatore (ancorché non sempre allineato con Trump, e contrario alle sue politiche dell’immigrazione), che è il Wall Street Journal di Rupert Murdoch, in un editoriale della direzione intitolato “È ora di una pausa per l’Ice a Minneapolis”, esorta tutte le parti coinvolte ad una de-escalation, e rivolge un pressante appello al presidente affinché interrompa gli arresti dell’Ice a Minneapolis, e riveda tutti i metodi usati nelle retate di immigrati illegali. Lo stesso editoriale ha giudizi molto severi sull’azione delle autorità locali (in mano all’opposizione democratica) che soffiano sul fuoco degli scontri. 

In un’intervista allo stesso Wall Street Journal, Trump sembra disponibile ad ammettere colpe delle forze dell’ordine, e allude al fatto che gli agenti dell’Ice non resteranno a Minneapolis a tempo indeterminato. È possibile che una de-escalation sia già cominciata: Trump ha avuto una conversazione telefonica definita «positiva» con il governatore democratico del Minnesota (contrario ai raid dell’Ice). Anche la magistratura, come spesso accade, sta limitando la libertà di manovra della polizia.

Sono giornate tragiche, il dolore per le perdite umane è enorme. Ma non siamo in una guerra civile. Questi termini non si possono usare con leggerezza, invece viviamo in un’epoca segnata dall’inflazione del linguaggio (i social contribuiscono ad amplificare le voci più urlate), l’abuso costante dell’iperbole, dell’esagerazione, dell’anatema, fa perdere il contatto con la realtà. Tanto più se questi termini vengono usati per descrivere una nazione che la guerra civile ce l’ha avuta davvero, combattuta dal 1861 al 1865 per l’abolizione dello schiavismo: si concluse con un bilancio di 620 mila morti e fu valutata a posteriori come una prova generale delle carneficine di massa della prima guerra mondiale.

Questo precedente storico dovrebbe consigliare un po’ di serietà, umiltà e rigore prima di usare etichette e definizioni insensate.
È chiaro che c’è chi ha una gran voglia di accreditare il tema della guerra civile: Hollywood sfornò un film di successo che aveva proprio questo titolo e uscì in mezzo alla campagna elettorale del 2024; un altro film più recente e candidato agli Oscar, “Una battaglia dopo l’altra”, è un’implicita legittimazione della lotta armata. C’è chi ha interesse a promuovere questa narrazione, e trova un pubblico avido di visioni apocalittiche: il fascismo in America, la militarizzazione, chi ha teorizzato questi scenari è sempre in cerca di conferme.

Comincio da alcune osservazioni molto prosaiche. A Minneapolis sono accadute tragedie che angosciano la nazione, però la vita procede normalmente in tutto il resto degli Stati Uniti: chi vive a New York o a Boston, a Washington o a Miami, a Chicago o a Los Angeles, a San Francisco o a Seattle, sta vivendo nell’America di sempre, non in un paese sotto dittatura fascista o militare

Di «militarizzazione» si era parlato anche quando Trump inviò la Guardia Nazionale a Los Angeles, Chicago, Portland (Oregon): dopodiché quei militari sono stati ritirati, e quelle città vivono in situazioni di assoluta normalità. I titoloni della primavera 2025 su Los Angeles «occupata» dall’esercito sono già dimenticati.

«Guerra civile» fu un concetto abbastanza diffuso negli anni Sessanta. C’era un guerra vera in Vietnam, la contestazione pacifista, le rivolte razziali, i movimenti studenteschi, e anche delle milizie guerrigliere che praticavano la lotta armata (Black Panthers, Weathermen). C’era molta più violenza allora di oggi: guardatevi il bilancio dei morti. Non fu guerra civile neanche quella, però, e per fortuna.

Noi italiani fummo a nostra volta l’oggetto di descrizioni allarmistiche, esagerate, deformanti: ho l’età per ricordare che negli anni di piombo (anni Settanta, la nostra stagione del terrorismo) il settimanale tedesco Der Spiegel pubblicò una copertina in cui una pistola P-38 poggiava su un piatto di spaghetti. Effettivamente le P-38 venivano usate dagli estremisti per sparare alla polizia, e i morti c’erano. Però quella copertina ci offese, perché riduceva tutta la complessità italiana a un simbolo unico.

Tornando all’America, ecco alcuni elementi di contesto, storico e politico, per situare i terribili eventi di Minneapolis.

Per fare una guerra civile – fermo restando che respingo questa definizione – ci vogliono due combattenti. Quindi è bene esaminare il comportamento di tutti gli attori.

Trump ha rivinto le elezioni nel novembre 2024 mettendo in cima alle sue promesse elettorali una lotta all’immigrazione illegale. La chiusura della frontiera col Messico è riuscita a ridurre molto i flussi d’ingresso. Quel che accade con i raid dell’Ice riguarda invece gli stranieri che sono già presenti sul territorio nazionale ma non hanno il diritto di esserci. Le retate vengono condotte troppo spesso con brutalità, in modi che offendono la sensibilità di molti, repubblicani inclusi. Con queste azioni Trump sta perdendo consensi su un terreno che era il suo punto di forza. Nel novembre 2024 lo votarono molti elettori delle minoranze etniche, conquistò consensi tra latinos e asiatici perché gli immigrati regolari in genere condannano l’immigrazione di chi viola le regole. Ora però di fronte alla brutalità dei metodi c’è un ripensamento e una condanna. Trump forse comincia a capirlo e questo può indurlo a una ritirata dell’Ice, da Minneapolis e non solo.

Sul principio di fondo, però, cioè che l’immigrazione illegale va combattuta e contrastata, c’era stato a lungo un consenso del partito democratico

Bill Clinton fu l’iniziatore della costruzione del Muro al confine col Messico (la tratta che separa San Diego da Tijuana, in California) per bloccare gli ingressi e ostacolare il narcotraffico. Barack Obama quando si candidò per la sua prima nomination, accusò George W. Bush di lassismo verso l’immigrazione clandestina perché la destra repubblicana faceva gli interessi dei padroni, sempre favorevoli a sfruttare manodopera a buon mercato. Sotto la presidenza Obama, ci furono dei raid dell’Ice che la Cnn seguì con resoconti positivi, come prove che la sinistra poteva essere dura con gli immigrati illegali. Sotto Obama ci furono scandali per le «gabbie» in cui i clandestini venivano rinchiusi, o la separazione dei figli dai genitori.

Dopo di allora c’è stata però una cesura nella storia della sinistra americana, e il suo epicentro fu proprio Minneapolis. Questa città ha un’importanza speciale. Fu a Minneapolis che nel 2020 un poliziotto bianco uccise per soffocamento l’afroamericano George Floyd, provocando orrore e scatenando proteste in tutta la nazione. L’indignazione per la fine atroce di Floyd diede una spinta al movimento Black Lives Matter

Insieme con le sacrosante proteste di massa, avvenne qualcos’altro: una delegittimazione sistematica di tutte le forze dell’ordine accusate in modo indiscriminato di razzismo (accusa tanto più ingiusta in quanto molti poliziotti sono di colore), la campagna «de-fund the police» abbracciata da sindaci democratici che tagliarono finanziamenti alle forze dell’ordine, le costrinsero a ritirarsi proprio da quei quartieri popolari a più alta criminalità. 

Nell’estate del 2020 le proteste furono in molti casi egemonizzate da frange violente, estremisti della galassia Antifa oltre che da Black Lives Matter. Ma il partito democratico, anziché condannarli com’era coerente con la tradizione moderata dei Clinton e Obama, chiuse gli occhi di fronte agli assalti delle sedi di polizia, ai commissariati incendiati. Ce lo siamo dimenticati, il livello di violenza di quei mesi. Ma non passò inosservato a destra. Divenne un alibi per poi giustificare il famigerato assalto al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Ricordare questa sequenza non crea nessuna attenuante per quell’indegno episodio del 6 gennaio, eccitato dal comizio di Trump: ma è onesto ricordare che per l’opinione pubblica di destra tutta l’estate del 2020 era stata segnata da un’illegalità di massa, da un assalto alle istituzioni, in cui la sinistra di governo aveva appoggiato e protetto l’equivalente americano dei «centri sociali».

Minneapolis è rimasta una delle città più radicalizzate d’America. Questo non giustifica le violenze dell’Ice, però non si può nascondere il contesto in cui gli agenti operano in quella ed alcune altre città d’America. 

Gli agenti dell’Ice sono incaricati di applicare leggi nazionali sull’immigrazione, approvate dal Congresso con votazioni bipartisan, democratici inclusi. Ma da anni alcune città – comprese le più grandi come New York, Los Angeles, Chicago – si sono proclamate dei «santuari» e apertamente si rifiutano di applicare le leggi sull’immigrazione clandestina. 

Dai tempi di Roosevelt e Kennedy fino al primo Obama, la sinistra americana era nota per le sue battaglie contro l’immigrazione illegale, proprio perché voleva difendere le sue classi lavoratrici. Di recente ha cambiato posizione, arrivando fino a disconoscere lo Stato di diritto: con la decisione di governatori e sindaci che non vogliono applicare leggi approvate dal loro stesso partito. Quelle norme possono essere contestabili e sbagliate: in una democrazia si cambiano, praticarne apertamente la violazione è un pessimo precedente. 

A questo si aggiunge l’esaltazione di metodi di lotta per cui l’aggressione alle forze dell’ordine è esaltata come «disobbedienza civile», protezione dei più deboli. È una china pericolosa. Avendo vissuto in Italia la stagione dei nostri anni di piombo, ricordo le farneticazioni di estremisti per cui uccidere un poliziotto non è un reato. La variante era: uccidere un capitalista. E anche qui l’America di oggi dà i brividi, visto che Luigi Mangione, per aver assassinato un manager di una compagnia assicurativa, è diventato un eroe popolare.

Ma l’Italia degli anni di piombo aveva un grande partito di sinistra, il Pci di Enrico Berlinguer, che fu un baluardo nella difesa della democrazia repubblicana (anche pagando un tributo di sangue, operai comunisti assassinati dalle Brigate rosse). Non c’era la minima indulgenza del Pci verso la violenza estremista.

A Minneapolis il sindaco di estrema sinistra invece ha delle corresponsabilità per il clima di assedio ai poliziotti, con cui questi ultimi giustificano i propri comportamenti da «guerrieri in territorio nemico». Se i poliziotti sono braccati dai manifestanti e questi ultimi li considerano l’equivalente della Gestapo, qualcuno di loro finirà per comportarsi come un agente della Gestapo. Non è una giustificazione, è una constatazione.

Un altro personaggio controverso a Minneapolis è Walz, già candidato alla vicepresidenza come numero due di Kamala Harris. Anche qui il contesto storico è fondamentale. Poco prima delle tragedie provocate dall’Ice, Walz aveva dovuto rinunciare alla rielezione come governatore del Minnesota. Era stato travolto da uno scandalo: il Welfare del suo Stato, generosissimo, è stato derubato da una gigantesca frode, i cui maggiori protagonisti e beneficiari erano clan di immigrati somali. Un brutto scandalo, che metteva insieme i temi dell’immigrazione e dell’assistenzialismo. Walz ha oscurato quello scandalo, diventando il paladino della protesta di piazza contro l’Ice.

Uno spiraglio di speranza: al suo posto sembra decisa a candidarsi per l’elezione a governatrice del Minnesota la senatrice democratica Amy Klobuchar. Appartiene allo stesso partito di Walz, ma è una moderata centrista, ed è molto popolare. Potrebbe dare un suo contributo alla de-escalation, togliendo il sostegno del partito democratico agli estremisti. Fermo restando che il primo a poter fare e a dover fare qualcosa per la de-escalation rimane Trump.

Ultimo dato per contestualizzare gli eventi. La settimana scorsa il New York Times, capofila dei media di opposizione, ha pubblicato in prima pagina una notizia positiva: nel 2025 sono crollati gli omicidi in America. I numeri sono implacabili, e il giornale di sinistra non li ha nascosti. Poi però l’articolo che commentava quei dati era un maldestro tentativo di dimostrare che il crollo degli omicidi non poteva essere minimamente imputabile all’Amministrazione Trump

Eppure c’erano già state delle conferme aneddotiche sugli effetti dei dispiegamenti della Guardia Nazionale in città ad alta violenza criminale con Chicago e Washington. Il crollo degli omicidi può avere tante concause, ma cercare di escludere sistematicamente un ruolo del giro di vite sulla sicurezza, è emblematico del clima ideologizzato dell’informazione

Il New York Times è parte di quell’establishment intellettuale «catturato» ideologicamente dalle frange più radicali dell’opposizione democratica. L’America è grande, il partito democratico pure, i personaggi alla Klobuchar a volte si prendono delle rivincite rispetto alle élite, perché sanno parlare alla loro base.

26 gennaio 2026