di
Mario Platero

Sessanta aziende reagiscono alla violenza dell’Ice seguendo il metodo spiegato dal premier canadese Carney nel suo discorso a Davos. A rischio la sopravvivenza stessa delle imprese

NEW YORK – Chi ha mai trovato, fino all’assassinio di Alex Pretti a Minneapolis, il coraggio di attaccare Donald Trump, sapendo di esporsi al rischio di una vendetta? Non i suoi compagni di partito, o le aziende o i governi alleati che, rispettivamente vogliono evitare defenestrazioni elettorali o multe o ricatti per nulla o tariffe impossibili, lo strumento preferito del presidente per terrorizzare sul piano economico. Tutto questo è stato vero fino al Minnesota, fino all’assassinio gratuito prima di Renee Good e poi di Pretti, un infermiere che si occupava di veterani. 

Crimini aggravati dall’onere della menzogna: «Pretti era un terrorista interno» ha scritto Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza del Presidente. Con la tragica vicenda Pretti, e soprattutto per il modo grottesco con cui la sua amministrazione l’ha caratterizzata davanti a un mondo che ha visto i fatti in diretta, Trump ha superato il limite al di là del quale è meglio affrontare il rischio di una vendetta che subire. Lo aveva già superato in passato, in modo autodistruttivo, alienandosi persino coloro che lo avrebbero sostenuto o difeso fino all’ultimo. 



















































Ma la prima risposta seria al regime della paura che ha instaurato l’amministrazione Trump è giunta domenica, dopo l’assassinio Pretti, proprio dal Minnesota e in particolare dal mondo degli affari che ha identificato il metodo di un messaggio collettivo per porre quesiti in modo serio e chiaro, alla Casa Bianca, minimizzando così i rischi di ritorsione. 60 delle più importanti aziende dello Stato, alcune nazionali o globali come 3M, Target, Best Buy, UnitedHealth Group, General Mills, Cargill (la più importante azienda privata americana), U.S. Bancorp, Medtronic o Mayo Clinic, insieme ad alcuni dei più importanti marchi sportivi professionistici come i Vikings, i Twins, i Timberwolves, i Lynx e i Wild hanno preso penna e calamaio e sulla carta intestata della Camera di Commercio del Minnesota, con parole eleganti, hanno spiegato che il troppo è troppo e che forse sarebbe stato meglio se l’Ice se ne fosse andato dal loro Stato e dai loro business. Non un messaggio generico, magari nazionale e firmato da tutti e da nessuno. Un messaggio duro e diretto, radicato nella località dello Stato, rappresentativo di milioni di dipendenti che già avevano dimostrato contro i loro datori di lavoro per la passività con cui avevano subito arresti dei loro colleghi e dipendenti. 

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Finalmente le aziende hanno reagito e, mutatis mutandi, lo hanno fatto seguendo il metodo suggerito dal primo ministro canadese Mark Carney nel suo importante discorso a Davos sui cambiamenti dell’ordine mondiale. Di nuovo con parole e pensieri eleganti, ma senza risparmiare le critiche, Carney ha incoraggiato le potenze medie, come la sua, a lavorare insieme per contrastare l’ascesa di una forza usata senza discriminazione nella rivalità tra le grandi potenze. Ha menzionato i rischi impliciti nel bullismo globale e ha suggerito, ricordando il libro del leader cecoslovacco Vaclav Havel, «il potere dei senza potere», che l’unione dei deboli avrebbe potuto contribuire alla creazione di un modo più cooperativo e resistente agli abusi. 

Le sue parole sono improvvisamente sembrate profetiche alla luce dei fatti di Sabato a Minneapolis: «Sembra che ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità fra le grandi potenze con i forti che fanno quello che possono e i deboli che devono sopportare quello che devono…si tratta di costruire alleanze che funzionino, tema per tema, con partners che condividono abbastanza terreno comune per agire insieme».

Le terribili immagini di Alex Pretti a terra, inerme, coperto da poliziotti e giustiziato a sangue freddo da due di loro sono diventate il simbolo di un modus operandi di questa amministrazione su ogni fronte, su quello interno e su quello internazionale, ad esempio con la follia Groenlandia. Cose che hanno finito con l’annacquare anche azioni come l’attacco americano ai reattori nucleari iraniani, di successo anche mediatico, seppure ispirate da un decisionismo unilaterale.

Finalmente il mondo degli affari, anche per tutelare la sua sopravvivenza in un mondo composto da fatti reali e non da pareti specchiate, è intervenuto. E prima delle aziende del Minnesota, sempre a Davos, il più grande banchiere americano, Jamie Dimon, ceo di JP Morgan Chase, aveva anche lui criticato aspramente l’operato dell’Ice esponendosi ai classici rischi di una ritorsione trumpiana: «Non mi piace quello che vedo, cinque uomini adulti che picchiano una signora anziana», sottolineando come nelle ultime settimane è stato chiaramente evidente che al momento non abbiamo il processo giusto in atto. Questo sei giorni fa a Davos, con riflessioni sull’importanza di avere gente onesta a lavorare nelle fabbriche o in mille altre mansioni. 

Tre giorni dopo Donald Trump, come fa abitualmente con chi non si schiera al suo fianco, ha denunciato Dimon e la sua banca per discriminazione e danni personali per 5 miliardi di dollari. Da oggi sappiamo che Dimon e con lui mille altri resisteranno perché è nella natura di Trump di ammainare bandiera quando si accorge che le sue manipolazioni dei fatti si ritorcono contro di lui. E sappiamo come ci ha insegnato Carney ( che rischia tariffe del 100% per la sua «mancanza di rispetto») che le pressioni dei deboli sui forti, quando motivate da evidenti ingiustizie, pagano.

Per questo ieri Trump ha fatto marcia indietro, scaricando per primo il suo luogotenente e fidato consigliere Stephen Miller. Quando alla sua portavoce è stato chiesto se quelle dichiarazioni sul terrorismo interno di Pretti riflettevano il pensiero del Presidente, la risposta è stata: «Non ho sentito il Presidente caratterizzare Pretti in quel modo, ma vogliamo condurre un’inchiesta completa». Una svolta. Come è stata sempre ieri una svolta la rimozione dal Minnesota di Gregory Bovino, il capo operativo dell’Ice, diventato simbolo dell’oppressione o la promessa di ritirare al più presto le truppe Ice e la convocazione alla Casa Bianca di Kristin Noem, Segretaria per la Sicurezza Interna, colei che si presenta alle conferenze stampa col cappello da cowboy o in tenuta militare, che per prima ha accusato le vittime di essere «terroristi domestici». L’incontro è durato oltre due ore nella notte ora italiana e non vi sono per ora indiscrezioni. È tuttavia un incontro rappresentativo della presa di contatto con la realtà del Presidente Trump, sopraffatto dalle reazioni negative in Congresso anche da parte di suoi compagni di partito e dell’opinione pubblica, contro un atteggiamento che insiste nel voler cambiare l’evidenza davanti agli occhi di tutti. Curioso che Stephen Miller – l’ispiratore della linea dura di Trump – non sia stato invitato all’incontro. 

Il nuovo responsabile delle operazioni dell’Ice è invece lo zar dei confini, Tom Homan, non meno duro degli altri. Così, per la seconda volta in pochi giorni, dopo la Groenlandia, Trump ha dovuto fare un passo indietro. C’è da scommettere che da oggi in avanti la barriera di resistenza collettiva davanti a richieste prive di senso da parte di Washington, si moltiplicherà, con fermezza. Anche in nome di Carney, di Havel, della Camera di Commercio del Minnesota, di Jamie Dimon e contro il dominio incontrastato del più forte ispirato da Tucidide, anche lui citato dal primo ministro canadese.

27 gennaio 2026 ( modifica il 27 gennaio 2026 | 14:15)