“Tutti conoscevano l’Angelico, ma questa mostra ha permesso di comprenderlo”. Secondo il direttore generale di Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, è anche questo uno dei motivi del record ottenuto dall’esposizione dedicata a uno dei padri del Rinascimento, conclusasi domenica scorsa dopo 122 giorni di apertura, con oltre 250.000 visitatori a Palazzo Strozzi, e più di 100.000 nel Museo di San Marco. “Beato Angelico” diventa così la mostra più visitata nella ventennale storia della Fondazione Palazzo Strozzi. Mentre lo storico convento dove il frate pittore visse e affrescò le celle dei confratelli, registra comunque un suo record, perché ha visto quadruplicare le presenze, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma un successo così ampio nasce dall’unione di più elementi, a cominciare dalla capacità di coinvolgere i più importanti musei internazionali, presentando al pubblico, nelle due sedi, oltre 140 opere provenienti da 70 collezioni e istituzioni di tutto il mondo, fra cui il MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

A cura di Carl Brandon Strehlke con Stefano Casciu e Angelo Tartuferi, la mostra è inoltre il risultato della sinergia fra il “privato” Palazzo Strozzi e il museo statale di San Marco. E come sottolineato il ministro della cultura Alessandro Giuli durante la visita di sabato scorso, è il “frutto di un’importante attività di ricerca, restauri e collaborazione tra istituzioni italiane e internazionali”. Ben 28 le opere restaurate in occasione della mostra e 7 le straordinarie riunioni di pale d’altare smembrate e disperse da oltre due secoli. Ciò ha consentito di creare un irripetibile percorso storico-artistico, affiancato dall’originalità di studi e confronti con artisti coevi all’Angelico, quali Lorenzo Monaco, Masaccio, Filippo Lippi, Lorenzo Ghiberti, Michelozzo e Luca della Robbia.

Da tutto questo lavoro è emerso il senso e la grandezza di un pittore diventato celebre per un linguaggio che, partendo dall’eredità tardogotica, utilizza i principi della nascente arte rinascimentale. Nato a Vicchio di Mugello intorno al 1395 circa e morto a Roma nel 1455, Guido di Piero, poi Fra’ Giovanni da Fiesole ha creato dipinti famosi per la maestria nella prospettiva, nell’uso della luce e nel rapporto tra figure e spazio. Il risultato è una straordinaria visione artistica capace di connettere un profondo senso religioso con la dimensione umana. Ma ora a Palazzo Strozzi si guarda già al futuro. Fra meno di due mesi, nella consueta alternanza fra antico e moderno, arriverà un altro gigante dell’arte, stavolta del XX secolo. Dal 14 marzo al 23 agosto è in programmazione una delle più importanti mostre mai dedicate all’americano Mark Rothko (1903-1970).

A cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, “Rothko a Firenze” è un progetto concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e il capoluogo toscano. L’architettura del palazzo e la città stessa saranno lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.

Il percorso espositivo a Palazzo Strozzi permette di ripercorrere l’intera carriera di Rothko con oltre settanta opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali. Il progetto coinvolgerà inoltre due luoghi che erano particolarmente cari all’artista: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo.