Era il 29 gennaio 2020 quando una coppia cinese arrivò allo Spallanzani di Roma: lui con polmonite interstiziale bilaterale, lei con sintomi lievi. Avevano il Covid-19. Sottoposti a terapie antivirali e cortisoniche, trascorsero quasi tre mesi in cura e riabilitazione al San Filippo Neri, prima di tornare in Cina. Un momento che segnò l’inizio della pandemia in Italia, vivido nella memoria di chi era in prima linea, ma ormai lontano nella percezione collettiva.
La lezione della memoria
«Se oggi dovesse scoppiare una nuova pandemia, rischieremmo di essere meno pronti», avverte Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive al Policlinico San Martino di Genova. Massimo Galli, ex direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale Sacco, osserva parallelismi con la Spagnola del 1918: «Allora, come oggi, si tendeva a dimenticare il disastro dei decessi. La storia insegna più di quanto si creda». La memoria, sottolinea Galli, è un alleato cruciale per non ripetere errori già vissuti.
Malattia X e scenari futuri
Tra le possibili minacce emergenti, evidenzia Galli, c’è l’influenza aviaria che potrebbe adattarsi all’uomo, ma esistono decine di altri scenari potenzialmente critici. Bassetti richiama l’attenzione sul divario tra informazione scientifica e decisioni politiche: «Le pandemie non hanno confini e si diffondono rapidamente.
L’organizzazione sanitaria internazionale non sempre riesce a seguire lo stesso passo». La divulgazione scientifica, anche attraverso i social, ha aumentato la consapevolezza pubblica, ma restano indispensabili vaccini, test rapidi e piani di prevenzione aggiornati. Covid-19 lascia un monito chiaro: memoria, rigore scientifico e preparazione sono le migliori armi contro le emergenze future, senza cedere né all’oblio né all’allarmismo.
Ultimo aggiornamento: martedì 27 gennaio 2026, 20:55
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