di
Greta Privitera

Intanto i funerali dei giovani uccisi dai Guardiani della Rivoluzione diventano delle feste di resistenza

Ana, la madre di Ali, è tornata al lavoro. Fa la commessa in un piccolo alimentari a due passi dal Grand Bazaar di Teheran, dove — esattamente un mese fa — i bazaari hanno dato inizio alle proteste più grandi che la Repubblica islamica ricordi. «Per arrivarci, attraverso la città», scrive. «Cammino per le strade dove migliaia di giovani coraggiosi chiedevano libertà. Tra loro c’era anche mio figlio». Ana non ha marciato contro gli ayatollah, anche se prega per la fine di questa dittatura. «Su qualche muro si vedono ancora i segni del sangue. E mi chiedo: tutti i nostri morti serviranno a qualcosa?».

L’Iran è tornato alla sua normalità macabra. Scuole, banche, negozi, tutto aperto da dieci giorni, come se niente fosse successo. Ma l’apparente ordine è un inganno: sul Paese si stende l’ombra di un attacco americano. Samira vive in Francia, chiama i genitori a Isfahan appena può, e racconta: «Aspettano la guerra». In ogni telefonata ripetono «oggi Trump bombarderà». Gli zii scommettono che lo farà sabato sera, quando Wall Street dorme. Sono spaventati? «Sono così rassegnati che nulla ha più senso. Hanno paura di un conflitto, ma sono depressi perché non vedono soluzioni». Da una parte, amici e parenti pensano che solo un aiuto esterno possa abbattere la dittatura. Dall’altra, si tormentano: e poi che ne sarà di noi? Le domande si accavallano e non lasciano dormire. Se bombardassero senza far crollare il regime, sarebbe peggio per il popolo, che si troverebbe ad affrontare un’altra ondata di repressione. E se tornassero a sedersi al tavolo per un accordo sul nucleare, significherebbe legittimarli ancora, e via, di nuovo al punto di partenza.



















































La tv di Stato iraniana ci prova, con le sue certezze. Un’insegnante di Teheran racconta che da giorni gli schermi sono invasi da aerei, missili, uomini in divisa che marciano e «rassicurano» il popolo: «Sconfiggeremo il Grande Satana». La Repubblica islamica deve salvare la faccia, e risponde alle minacce di Trump alzando la posta: se ci toccate, guerra totale. «Dietro le quinte, come sempre, qualcosa bolle, anche se i rapporti sono ai minimi termini», confida una fonte diplomatica che resta anonima. E spiega: «Trump brancola un po’ nel buio e aspetta di capire quale sia la mossa giusta da fare. I Paesi arabi alleati, contrari ad attacchi militari, hanno frenato il suo impulso iniziale». Eppure, l’«armata» americana è già in Medio Oriente.

Ali, intanto, scrive che uomini legati al regime spargono video e messaggi sui social che sono minacce al popolo. Ne traduce uno: «Credete che consegneremo missili e armi agli Usa? Mai. Piuttosto, li useremo contro di voi, sedotti dal fascino di questi Paesi corrotti». In questo clima di angosciante attesa, il Paese è in lutto. I funerali dei giovani uccisi dai Guardiani della Rivoluzione si trasformano in celebrazioni, tra canti, balli e abbracci. Si tratta di un atto di resistenza, spiega a Iran International Siavash Rokni, professore di cultura iraniana: «Se il regime dice che devo piangere sul letto di morte di mio figlio, io riderò solo per sfidare la sua esistenza».

28 gennaio 2026