di
Lorenzo Cremonesi
Intervista al presidente del Comitato militare della Nato: «Putin è contrario alla tregua. L’Alleanza deve adattarsi ai cambiamenti»
KIEV – «La Nato ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Stati Uniti». L’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che da un anno presiede il Comitato Militare dell’Alleanza Atlantica ed è stato capo di Stato maggiore della Difesa italiano, offre risposte a quella che è stata descritta come la crisi più grave del sistema di difesa occidentale creato dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il nodo Groenlandia ha fatto esplodere tensioni latenti nella Nato. Il premier canadese Mark Carney sostiene che ormai gli Stati Uniti non si fanno più carico della difesa comune. Cosa fare?
«È nel DNA della Nato riflettere sul proprio ruolo, lo facciamo da 76 anni, continuando ad adattarci ai cambiamenti. I valori della sicurezza collettiva, la difesa della libertà e della democrazia restano centrali».
Nonostante gli attacchi di Donald Trump?
«Abitudine dei nostri ufficiali e anche mia è quella di prendere tempo e lasciare decantare ciò che viene detto sul momento. Però non vedo crisi; anzi, direi che usciamo più coesi e più forti dal dibattito e dagli ultimi stress test».
«Al cuore resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia. Dobbiamo continuare a esercitare deterrenza. Ed è vero che gli Stati Uniti suonano la carica: hanno dato forti scossoni in nome di una necessità che io ritengo giusta, ovvero che i costi per la difesa collettiva vengano distribuiti in modo più equo. L’ultimo summit dell’Aja l’estate scorsa è stato un successo in questo senso: l’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative».
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E la crisi esistenziale della Nato?
«La Nato non è assolutamente in crisi. C’era la necessità di un elemento catalizzatore e lo abbiamo avuto. Ora si aprono nuovi orizzonti. Tutte le dichiarazioni, anche brutalmente critiche, vanno valutate con più calma».
Si è temuta persino una guerra aperta tra Usa e Danimarca. Come l’avete valutata?
«Per nostra fortuna, proprio in quei giorni, il 21 e 22 gennaio, si è riunito il Comitato Militare della Nato. Abbiamo lasciato che il tema Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca fosse negoziato a livello politico tra loro. Io credo che arriveranno a una soluzione politica. Posso assicurare che nessuno ha valutato potesse scoppiare un conflitto armato tra alleati. Noi ci siamo dunque focalizzati sull’Artico. Molto probabilmente vi incentiveremo le nostre attività: ci saranno spese per adddestramenti in loco e per i necessari equipaggiamenti in climi rigidi».
Cina e Russia negano di avervi accresciuto le operazioni militari. Cosa rilevate?
«L’Artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo sciglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse. I russi sicuramente non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi: hanno riaperto basi chiuse da decenni e testato nuove armi».
«Secondo me no, grazie alle nostre contromisure. Noi vogliamo un Artico libero, accessibile a tutti, non militarizzato con libertà di navigazione».
Si può quantificare le presenza cinese?
«Non con precisione. Ci sono otto nazioni artiche, sette sono della Nato, l’ottava è la Russia e ora opera di concerto con la Cina, che si qualifica ormai come una nazione quasi artica».
Volodymyr Zelensky parla di esercito europeo e non è il solo. Però Mark Rutte esclude che l’Europa possa fare a meno dell’ombrello Usa. Dove siamo?
«Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa: un’alleanza virtuosa e navigata. I militari americani rimangono fondamentali, potranno esserci in futuro dei riorientamenti parziali e ci adatteremo in modo flessibile. Oltretutto adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari. Leggo le parole di Rutte come uno sprone: si può fare di più, il legame Usa-Ue resta è indiscutibile».
Ma Trump ha preso a schiaffi l’Europa…
«Sì lo ha fatto, però in altri consessi lo stesso Trump ha ribadito la validità della Nato».
Come vede la guerra in Ucraina?
«Siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza. La Russia avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno. Dall’inizo della guerra si stima abbia subito un milione e 200mila soldati tra morti, feriti e dispersi. Noi valutiamo che negli ultimi 10 mesi il dato sia di 300.000 perdite, più o meno 650 soldati al giorno. E’ un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso».
«Putin ha un problema di reclutamento, non ricesce a rimpiazzare le perdite: in ottobre 25.000, novembre 30.000, dicembre 35.000».
«Gli ucraini stanno usando al meglio i loro droni. Ormai è chiaro che Putin non ha raggiunto nessuno dei suoi obbiettivi strategici iniziali: mirava a prendere l’intera Ucraina e non ha neppure occupato tutto il Donbass. Si era illuso che la sconfitta della Nato in Afghanistan lo ponesse in vantaggio. Ma oggi la Nato è più forte e coesa di prima proprio grazie alla reazione contro l’invasione dell’Ucraina: siamo passati da 30 a 32 Stati membri; aumentano le spese militari; con l’entrata della Finlandia nell’Alleanza, la Russia si ritrova con 1.340 chilometri di confine in più da dover pattugliare».
Però anche gli ucraini hanno perso 600.000 soldati dal 2022 e sono un quinto dei russi…
«Vero, sono perdite gravissime. Ma i soldati ucraini sono molto più motivati a difendere il loro Paese che i russi siberiani a invaderlo. La Nato continua a lavorare affinchè Kiev possa sedere al tavolo dei negoziati da una posizione non di debolezza».
Cosa si attende dalla prossima tornata di colloqui a Abu Dhabi?
«La speranza c’è sempre che si possa terminare questo orribile massacro. Ma onestamente vedo pochi passi avanti. Putin resta contrario al compromesso».
29 gennaio 2026 ( modifica il 29 gennaio 2026 | 08:09)
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