Dust Bunny è il film del 2025 che aspettavo di più senza avere la minima idea di cosa aspettarmi.
È l’esordio cinematografico e alla regia di Bryan Fuller, scafato autore televisivo che dopo un po’ di gavetta su Star Trek (Deep Space Nine e Voyager) è diventato un nome creando serie come Dead Like Me, Wonderfalls e Pushing Daisies, ha ottenuto la consacrazione con Hannibal (ci torniamo tra un attimo, non c’è proprio il rischio che non mi dilunghi su questo) e abbiamo ritrovato nell’ultimo decennio al lavoro su American Gods (da cui se n’è andato sbattendo la porta dopo una stagione) e Star Trek Discovery (da cui se n’è andato sbattendo la porta dopo una stagione). Dust Bunny segna anche la sua reunion con Mads Mikkelsen, beniamino danese di questo sito (sul serio, vi sfido a trovare un attore danese a cui abbiamo dedicato più spazio!) che per tre anni aveva appunto vestito gli elegantissimi abiti dell’Hannibal Lecter televisivo.

Segue ora una breve parentesi sulla serie Hannibal. Non è davvero necessaria e non c’entra poi molto col film di cui andremo parlare. Potete saltarla, ma sappiate che siete aridi.
Nato come adattamento televisivo del romanzo Red Dragon di Thomas Harris, commissionato a Fuller da NBC e la famiglia De Laurentiis, Hannibal in realtà raccoglie elementi e spunti da tutti i romanzi di Harris dedicati al personaggio di Hannibal Lecter e tutte le sue incarnazioni cinematografiche – a partire da Red Dragon di Ratner (uno dei film peggiori al mondo) e Manhunter di Mann (uno dei film migliori al mondo), ma anche Il silenzio degli innocenti, lo sbalestratissimo Hannibal di Ridley Scott e, giuro su Dio, persino Hannibal Rising che secondo me abbiamo visto tutto solo io e il tizio che l’ha montato. Fuller attinge, shakera, scompone e cambia di posto, e trasforma il canovaccio della caccia al serial killer in una bellissima e solo a tratti tossica storia d’amore tra il cannibale Hannibal Lecter e il criminologo Will Graham.

Io e la mia psichiatra could never

Hannibal parte come procedurale poliziesco, ma si sposta molto in fretta verso il thriller e l’horror, incorporando elementi psichedelici e addirittura da commedia nera: a descriverlo così pare una roba di Ryan Murphy, invece è fatto pure bene, si distingue per una messa in scena sofisticatissima, barocca, di un’eleganza formale che di solito si vede solo nelle serie prestige (Hannibal andava in onda su un canale generalista, la NBC), e con un cast eccezionale. È durato tre gloriose stagioni tra il 2013 e il 2015, dopodiché il network l’ha chiuso perché non possiamo avere cose belle e perché, credo, in America non lo guardava nessuno.
Sono 11 anni che si parla di resuscitarlo in qualche modo, sotto forma di film, mini-serie, teatro delle marionette, con gli attori che dicono “aspetto solo che Fuller mi faccia un fischio” e Fuller che dice “aspetto solo che qualcuno mi dia dei soldi”. Credo che i tempi siano maturi per guardare in faccia la realtà accettare il fatto che questa cosa non succederà mai (felicissimo di essere smentito domani), ma l’idea che Bryan Fuller, dopo una carriera quasi trentennale in tv, abbia deciso di fare un film e che quel film abbia come protagonista proprio Mads Mikkelsen, beh, per gli orfani di Hannibal è eroina.

Quindi Dust Bunny assomiglia ad Hannibal?
Ahah, no!
Non potrebbe c’entrare di meno. Fondamentalmente è un action fantasy urbano che flirta con l’horror, ma in maniera e con finalità completamente diverse da Hannibal. Se dovessi dire un lavoro di Fuller che lo ricorda, sicuramente è molto più simile a Pushing Daisies (che ha pure lui i suoi estimatori: io non sono tra quelli, ma siamo tutti fratelli nel campionato delle serie cancellate troppo presto): c’è qualcosa di macabro che striscia sottopelle, ma è sotterrato da strati di zucchero e stelle filanti. Violenza ce n’è? Nì. È cartoonesca, stilizzata, e per una volta mi spingo a credere che sia una scelta precisa, più che un compromesso o una concessione alla mafia del rating. Dust Bunny è, dopotutto, un film per bambini o quasi.

Finalmente qualcuno pensa ai bambini!

Mads interpreta un hitman senza nome ma con un guardaroba incredibile che viene assoldato dalla piccola Aurora, la sua vicina di casa di otto anni, per uccidere il mostro che vive sotto il suo letto e che ha divorato i suoi genitori. Ma le cose non sono mai semplici come vorremmo e, alla bizzarria della richiesta di Aurora, si aggiungono una serie di inconvenienti legati al lavoro di Mads e al suo rapporto con una favolosa quanto spietata Sigourney Weaver.

San Mads da Copenhagen
Santa Sigourney, martire della Nostromo

Siamo in area Gilliam, Del Toro, il Tim Burton più fantasy. Un mondo che sembra il nostro, ma più strambo e colorato, in cui esistono creature fantastiche e spaventose e l’immaginazione di una bambina può distorcere e allo stesso tempo plasmare la realtà. È vero ciò che è vero o è vero ciò che tu decidi essere vero?, si domanda Mads. Una favola moderna, direbbe qualcuno. Non io. Io conosco la differenza tra favola e fiaba. È una fiaba moderna – piena di suggestioni da roba che ho sempre evitato alla stragrande, quindi forse non individuerò con la massima precisione ma: sicuramente Roald Dahl e, per quanto mi scocci ammetterlo, Jean-Pierre Jeunet.
Ma chi, quello di Il favoloso mondo di Amélie?
Proprio lui. E proprio qui, su I 400 calci.
In fondo Fuller l’ha sempre detto che è uno dei suoi film preferiti (a conferma del fatto che non dovresti mai incontrare i tuoi idoli: ti toccherebbe menarli) (allo stesso tempo non posso fare a meno di chiedermi: quale parte di Il favoloso mondo di Amélie ha fatto dire a Fuller “in questo episodio di Hannibal ci sarà un killer che lobotomizza le sue vittime e coltiva degli alveari nelle loro cavità oculari”?) dovevo saperlo che prima o poi questa informazione mi sarebbe rimbalzata in culo.

Ciao fan di Pushing Daisies, Bryan non vi ha dimenticati

D’altra parte, è anche vero che a un certo punto il film diventa, in modo piuttosto netto e repentino, Wes Anderson’s John Wick: assassini bislacchi, ognuno con la sua gimmick e il suo look da Fortnite Lucca Comics, si affrontano senza esclusione di colpi dentro architetture simmetriche, tra colori pastello e umorismo deadpan. Per dire, David Dastmalchian fa un killer educatissimo e coi baffi che è la cosa più Jason Schwartzman che puoi avere senza chiamare Jason Schwartzman.

Dastmalchian è creditato come “Conspicuously Inconspicuous Man”

E così imbastisce non una, ma due diverse mitologie — i killer da una parte, il mondo fantastico dall’altro — che non si parlano tra loro e con cui non sa bene che fare, e si chiude con un finale poco chiaro, o forse solo poco soddisfacente, che ti lascia con la sensazione che sarebbe stato meglio averne o di più o di meno.

Viene spontaneo chiedersi se sia un film per adulti o per ragazzi e la risposta è: boh! È onestamente sempliciotto, troppo per fare presa su uno spettatore adulto, ma non abbraccia mai veramente del tutto il punto di vista della sua protagonista ottenne per poter dire che parla ai più piccoli. Se ne sta lì, a metà strada, funziona per tutti, eh, ma non è veramente per nessuno.
Come sempre in questi casi, a salvarlo è il fatto che quello che funziona funziona davvero bene e smetti di far caso al resto. La chimica tra Mikkelsen e la giovanissima Sophie Sloan; i costumi assurdi, il set design bizantino, la fotografia sfacciata; l’abuso, per una volta giustificato perché perfettamente coerente con la trama, di CGI e un paio di sequenze che valgono il prezzo del biglietto (su tutte: il combattimento iniziale in cui Mads affronta un “drago” nel quartiere cinese).

L’urlo di Mads terrorizza Via Paolo Sarpi

Al netto di tutti i suoi limiti, sono contento che Dust Bunny esista così com’è, perché è un film che quasi nessuno avrebbe il coraggio di fare, oggi, nel circuito mainstream. Non è un franchise, non è il sequel, il prequel, lo spinoff di niente; non è l’adattamento di un libro o di un fumetto e non è legato ad alcuna IP. Nasce da un’idea originale, per di più parecchio scema, spazia tra generi diversi e non sa esattamente a chi è rivolto – il che lo rende difficilissimo da inquadrare e la dice lunga sul coraggio, l’incoscienza o i santi in paradiso che deve avere Fuller per farsi finanziare una cosa simile. È, sopra ogni altra cosa, l’opera di un autore che ha le idee chiare su cosa piace a lui e non scende a compromessi su niente (nemmeno sull’aspect ratio, sul serio, 3:1 che cazzo di formato è?!): nel panorama attuale è la proverbiale, indispensabile ventata d’aria fresca.

Leon, ma non problematico

Blu-ray quote:

“Esattamente quello che non mi aspettavo di volere”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Dove guardare Dust Bunny