È precipitato tutto all’improvviso, come una frana. Lorenzo Musetti serviva all’inizio del terzo set, avanti di due e in perfetto controllo. Nemmeno dieci minuti dopo era seduto sulla sedia con lo sguardo lanciato verso l’abisso, mentre un fisioterapista gli massaggiava la coscia destra. Nemmeno un quarto d’ora dopo si sfilava la fascetta dalla fronte con un’espressione derelitta, mentre Djokovic indossava gli scomodi panni del vincitore fortunato. In un quarto d’ora Lorenzo Musetti ha perso tutto, come in una puntata al casinò finita male.

Cosa deve aver pensato in quel momento? Era molto vicino a una delle vittorie più importanti della sua carriera, poteva toccarla con mano. La vita di uno sportivo è fatta di migliaia di giorni in cui si semina e di pochi – i migliori li contano sulle dita di due mani – in cui si raccoglie, e questa sembrava una giornata di raccolto. Avrebbe battuto Djokovic per la seconda volta in carriera, lo avrebbe detronizzato sul suo campo, a Melbourne, nello Slam che meno preferisce. In Australia, dove la palla schizza veloce e sul cemento si può friggere un uovo.

Non c’era motivo, di credere, in quel momento, che Djokovic avrebbe potuto metterlo in difficoltà. Lo ha ammesso Djokovic, tutto contrito, a fine match: «Era il giocatore migliore in campo e io sarei andato a casa. Mi sento fortunato». Non si può nemmeno dire fosse stata una bella partita. La palla di Djokovic era come narcotizzata: arrivava dall’altra parte del campo lenta, poco lavorata e senza troppo costrutto. Non sembrava nemmeno lui, ma una sua versione febbricitante, diminuita in tutto. Musetti ha vinto due set applicando meticolosamente tutti i progressi degli ultimi mesi: il servizio affidabile, un dritto devastante, una nuova intelligenza nella copertura del campo.

È un giocatore completamente diverso rispetto a solo a un anno fa. Musetti è sempre capace di fuochi d’artificio e colpi spettacolari, ma ora sa anche essere più asciutto e lineare. Il servizio gli regala più punti diretti, o gli regala un colpo aggressivo in uscita. Tutta l’architettura del suo tennis si è semplificata, diventando meno dispendiosa, rendendolo competitivo anche su superfici veloci dove prima faticava. Quando poi lo scambio si allunga Musetti sa starci fisicamente come pochi altri. Per lo stile dei suoi colpi, ha sempre bisogno di margine di tempo e spazio, ma è capace di trovare colpi aggressivi ed enfatici anche da molto lontano, con i piedi quasi sui teloni. Sono una delle esperienze estetiche del circuito: le improvvise sbracciate di Musetti mentre sembra con le spalle al muro, dei colpi da ko tirati da terra.

Djokovic non trovava soluzioni, e c’è una statistica che lo rivela chiaramente: 32 discese a rete, da cui ha ricavato solo 20 punti. Un 63% aggiustato dall’inizio del terzo set, alla fine del secondo eravamo attorno al 50%. Djokovic scendeva a rete per uscire dalla morsa di Musetti e abbreviare l’agonia. Djokovic vinceva più scambi sotto i quattro colpi, ma perdeva la maggior parte di quelli che si allungavano – e non erano pochi. Che cosa strana, vedere Djokovic rifiutare il suo ambiente naturale. L’aria che respirava fino a pochi anni fa, quella della gravità ridotta che imponeva allo scambio da fondo. È anche paradossale, a pensarci, che il giocatore che sembrava più in difficoltà fisica a gestire la partita, è anche quello che ha vinto per problemi fisici dell’avversario.

È un arretramento competitivo che per lui va avanti da anni. Nessuno riusciva a sostenere il suo scambio da fondo. Poi Medvedev ha iniziato a scalzarlo, poi è arrivato Alcaraz, poi Sinner e adesso Lorenzo Musetti. Lui si è arrangiato come fanno i fenomeni di questo sport: dando fondo al repertorio per nascondere i propri limiti fisici. Cambiare contesto: variazioni, piazzamenti, discese a rete e un rendimento del servizio che deve essere sempre eccellente. Finora è bastato per mantenere comunque lo status di numero tre virtuale al mondo. Negli Slam, esclusi i ritiri, perde solo da Sinner e Alcaraz. L’ultimo diverso da loro a batterlo è stato Daniil Medvedev in finale agli US Open del 2021. Stiamo parlando di quasi cinque anni fa. Stavolta però era molto vicino a una sconfitta che sarebbe stata a suo modo storica e significativa del suo declino.

Sembra passata un’epoca ma solo un anno fa Djokovic batteva Alcaraz agli Australian Open. Lo batteva da infortunato, dandogli una lezione tattica memorabile. Lo dico per mettere le cose in prospettiva: sul decadimento di Djokovic negli ultimi dodici mesi, ma anche i progressi di Musetti, che l’ultima volta aveva perso in quattro set da Shelton al terzo turno.

Oggi Musetti è numero cinque della ATP, ma vincendo sarebbe stato numero tre, almeno provvisoriamente. È questo oggi il suo status, quello di terzo o quarto giocatore al mondo. Più verso il terzo posto sulle superfici morbide, più verso il quarto sul duro, dove Zverev è forse ancora un gradino più in alto (e ci sono altri ossi duri come Fritz e Shelton). Mi rendo conto che può suonare un giudizio troppo ottimistico per un giocatore che non vince tornei da quasi quattro anni. L’ultimo è stato a luglio del 2022, ad Amburgo, in finale contro Alcaraz.

Da quel momento ha giocato sette finali, perdendone sette. Musetti migliora, progredisce, ma non riesce a ottenere risultati che sanciscano davvero questa crescita, e anche a questo servono i titoli. L’ultima finale persa era stata contro Novak Djokovic ad Atene, in una partita giocata meglio del suo avversario ma comunque persa, grazie a un mix sapiente di autolesionismo, occasioni perse e un pizzico di sfortuna a condire il tutto. Sono sconfitte che rendono più difficile riconoscere i progressi anche mentali, che ha fatto nella gestione dei punteggi e delle partite. Progressi oggettivi ma che scompaiono nelle finali.

Questa contraddizione – tra i suoi progressi e i suoi fallimenti – ha finito per costruirgli attorno un’aura da Paperino, personaggio a cui la vita è andata di traverso, e che prova a combattere la malasorte con acessi di ira sempre un po’ comici. Musetti che abbaia bestemmie, allarga le braccia, ha l’aria sconsolata, «ho una sfiga…» dice al suo angolo. Musetti che sembra sempre impigliato in quel monologo vittimista di Nanni Moretti «come sono fatto male…».

Qualcuno si chiederà se è davvero sfortuna oppure c’è un demerito nell’infortunarsi in un momento così importante. Qualcuno se lo chiederà perché accettare il caso a volte ci sembra troppo difficile, altre volte troppo facile, ma anche perché è in effetti un tema dello sport. Qualche mese fa Nadal diceva che Djokovic ha avuto il merito di avere meno infortuni di lui: è un merito anche quello, infortunarsi poco, curare il proprio corpo. Cosa c’è di più importante, nello sport, che mantenersi in forma? La competizione non è forse anche basata sulla resistenza fisica? Non è un valore, sopravvivere fisicamente alla tensione agonistica che mina la stabilità del corpo?

Boris Becker, per esempio, ha ipotizzato che Sinner abbia sbagliato la preparazione, per patire così tanto i crampi, per qualcun altro invece è un problema genetico su cui c’è poco da fare. Soffrire il caldo. Lo si dice poi come se fosse un caldo normale, quello di questi Australian Open, e non una condizione climatica estrema che mette a repentaglio la vita sul pianeta e figuriamoci le possibilità dello sport agonistico.

È impossibile credere che il caldo, e il clima in generale, non abbia inciso sull’infortunio di Musetti. E oltre al caldo magari le quattro ore e 27 spese sul campo per battere Thomas Machac, nell’altra giornata bollente del torneo, in sessione diurna. E le poco più di dodici ore spese in campo prima dei quarti, il tennista più impegnato del torneo fino a questo punto. Musetti è estremamente solido fisicamente, ma il suo tennis porta davvero all’estremo il suo corpo. Pur essendo migliorato, Musetti è comunque tra i giocatori che ottiene meno punti diretti – tra i Top 10 – nella combinazione servizio+colpo in uscita. Anche contro Djokovic, più del 20% degli scambi sono andati oltre i 9 colpi. È ancora un giocatore che costruisce il punto, non lo strangola.

In questo – lo sappiamo – è controculturale: in un tennis che richiede sempre più economia, il gioco di Musetti è dispendioso. È quello il suo bello, questo tennis “umano”, oltre che profondamente artistico. È uno stile che nei tornei tre su cinque, però, si accumula nelle gambe insieme all’acido lattico. Se ci mettiamo anche il calendario fitto, le condizioni climatiche estreme, la velocità a cui bisogna giocare, non può essere del tutto casuale che Musetti abbia sofferto di alcuni problemi fisici negli Slam. È il secondo ritiro in un Major dopo quello contro Alcaraz al Roland Garros, quando probabilmente la tensione mentale della partita lo aveva spinto fino al dissolvimento fisico. È uno sport malefico. Dopo quella partita Musetti aveva riconosciuto di aver bisogno di costruirsi ancora di più, fisicamente. Il tennis di Musetti è sostenibile negli Slam nel 2025?

Non ho ampliato il discorso per negare il ruolo della sfortuna, che in questo caso va solo accettato. In fondo a Musetti bastava un’altra mezz’ora di tennis a buon livello per arrivare in semifinale agli Australian Open. Contro questa versione di Djokovic, così minore, non gli serviva chissà quale sforzo. A differenza del ritiro contro Alcaraz, sembrava ancora ben lontano dai propri limiti. Dice di aver sentito il problema già all’inizio del secondo set, ma stava giocando così bene che ha continuato a giocare. Dopo il medical timeout stava ancora peggio.

È raro un giocatore si ritiri mentre è in vantaggio di due set in uno Slam. Girando la prospettiva, è ancora più raro che un giocatore benefici di due ritiri durante la seconda settimana di uno Slam (dopo quello di Jakub Mensik). Djokovic è in semifinale e l’ultimo set che ha vinto è stato al terzo turno contro Botic van de Zandschulp – che comunque pativa qualche problema al braccio. Eppure i nove set vinti arrivando in semifinale non sono un record, dato che nel 2016 era arrivato in semifinale allo US Open con otto set vinti, grazie a 1 walkover e 2 ritiri durante la partita.

È paradossale che un uomo di 38 anni, quasi 39, stia vincendo questa gara di resistenza fisica, ma anche l’ennesimo segno della sua eccellenza – al di là delle vesciche che lo hanno tormentato. Certo per battere Sinner, nel caso in cui battesse Shelton, avrà bisogno anche di trovare un po’ di tennis, che oggi sembra del tutto smarrito. Se però Djokovic aveva bisogno di un segno del destino, ne ha avuti già parecchi.