«Se è una diceria il vento se la porta via», sospira con amarezza l’agente David Kujan al sergente Jeffrey Rabin, mentre constata che, anche se fosse davvero lui il famigerato Keyser Soze, non avrebbe avuto più occasione di rivedere Dean Keaton, il sospettato principale della sua indagine. È la battuta che precede la scena risolutiva de I soliti sospetti, film di culto che nel 2025 ha compiuto trent’anni e che forse oggi ci appare un po’ invecchiato, dopo anni di serie TV che ci bombardano di finali a sorpresa. I soliti sospetti è rimasto nella storia per per le battute memorabili, per la sua colonna sonora, per gli outfit incredibili e per un’ironia che si sposava così bene col gangsterismo eccentrico dei protagonisti. Inutile nascondere, però, che senza il finale sarebbe rimasto semplicemente un film, non di certo una pellicola da Premio Oscar. Ecco, guardare l’ultima giornata della fase campionato della Champions League è stato come assistere al finale de I soliti sospetti. Solo che al posto di Kujan, stavolta, c’eravamo noi da casa, spettatori della diretta gol, mentre Keyser Söze, per l’ennesima notte della sua carriera, è stato José Mourinho.

Mancavano pochi minuti alle undici di notte, e fino a quel momento avevamo assistito a un turno divertente ma un po’ piatto nell’intreccio generale. Il Liverpool aveva sommerso di gol il Qarabag, l’Arsenal aveva passeggiato sul Kairat e Federico Dimarco a Dortmund ci aveva regalato una bellissima pennellata su punizione. L’unica storia ad aver rotto davvero il copione era stata quella del Bodø Glimt che, espugnando il Wanda Metropolitano, si era qualificato agli spareggi.

Pur contenti di aver vissuto una serata piena di gol, stavamo però per andarci a coricare con questo unico colpo di scena. Un po’ poco per quanto promesso dal nuovo formato della Champions League. Anche stavolta, come lo scorso anno, l’ottava giornata, con tutto il suo caos, non aveva aggiunto granché alla trama del torneo. Le sorprese dell’ultimo turno, che dovevano essere una conseguenza naturale del maxi-girone, si stavano trasformando in una diceria, quelle che vengono portate via dal vento, per usare le parole dell’agente Kujan.

Poi, però, come nella pellicola di Bryan Singer, è arrivato il finale a stravolgere ciò di cui eravamo convinti e a illuminare il senso di tutto ciò a cui avevamo assistito. A mostrarci che, in realtà, nulla di ciò che ritenevamo lineare lo era davvero.

«Sei un gran disordinato», dice Kujan a Rabin mentre si appresta a salutarlo, convinto che non ci sia più molto da fare nella caccia a Keyser Soze. «È un disordine sistematico, Dave», ribatte il sergente «Non ci capisci niente a guardarlo così. Devi osservarlo da una certa distanza». Sono parole premonitrici, perché nel giro di qualche istante Kujan mette a fuoco i dettagli che lo circondano, ricompone i pezzi e scopre il raggiro di cui è stato oggetto. Anche noi, come lui, avevamo solo bisogno di mettere le cose in prospettiva.

Succede tutto nel giro di pochi minuti, in un rimbalzo continuo di collegamenti tra un campo e l’altro, fino a quando il Da Luz non si prende il proscenio.

Il primo a scomparire, come Benicio del Toro quando prova a sfuggire dalla missione pattuita con l’Avvocato Kobayashi, è Roberto De Zerbi. Il Marsiglia scende in campo come se non avesse sangue nelle vene, e viene spazzato via per 3-0 dal Club Brugge. Al fischio finale, comunque, i francesi sono ancora miracolosamente aggrappati al 24° posto, l’ultimo valido per il play-in. L’arbitro fa a malapena in tempo ad emettere il triplice fischio che, con grande fretta, il tecnico italiano corre negli spogliatoi, non si sa se per preparare una cazziata epica contro i suoi giocatori o se, realisticamente, per assistere agli ultimi minuti delle altre partite da cui dipende la sua qualificazione. In maniera inconsapevolmente beffarda, il Club Brugge fa proiettare sul maxischermo dello stadio un messaggio sinistro: “Complimenti per la qualificazione, Marsiglia”.

In quel momento il Benfica sta già battendo per 3-2 il Real Madrid, e probabilmente avrebbe meritato un vantaggio più ampio: solo l’imprecisione degli “encarnados” aveva salvato gli uomini di Arbeloa, autori di una prestazione che Mbappé, ormai capitano in pectore, ha definito vergognosa. Il risultato, fino a pochi minuti dal 90’, aveva creato una strana situazione di stallo, forse dettata anche dalla difficoltà di calcolare tutte le combinazioni del classificone. Nessuno sente ancora l’urgenza di segnare. Nemmeno il Real Madrid che, seppur in bilico, si trovava ancora matematicamente all’ottavo posto.

Poi, però, arriva a gamba tesa un collegamento da San Mamés: a sorpresa, non sono i padroni di casa dell’Athletic Club ad aver segnato, ma lo Sporting. I baschi sono tutti riversati in avanti alla ricerca del gol qualificazione, e si espongono così al contropiede portoghese. Luís Suárez, omonimo del fuoriclasse uruguaiano, arriva davanti a Unai Simón, ma al momento di calciare inciampa e manca l’occasione. Per sua fortuna, la palla carambola sui piedi di Alisson Santos, ala brasiliana che in questi giorni pare sia vicinissima a trasferirsi al Napoli. Alisson Santos passa in mezzo a due avversari e incrocia all’angolino basso: il gol catapulta lo Sporting all’ottavo posto e, di conseguenza, il Real Madrid al play-in.

La notizia, all’improvviso, cambia volto alla serata: adesso bisogna capire se il Real Madrid rimarrà fuori dalle prime otto (first world problems, dirà qualcuno). Oggi ci sembra la giusta punizione per una squadra che sembra aver perso tutto ciò che la rendeva speciale, ma bisogna ricordarsi che fino a ieri si trattava di uno scenario altamente improbabile. Come riportavano diversi quotidiani spagnoli, l’agenzia di scommesse Betfair, in una simulazione di 100.000 scenari, calcolava che il Real Madrid avesse solo il 5% di mancare la qualificazione diretta agli ottavi.

Chi stava per spegnere la tv e mettersi sotto le coperte, allora, rimane un altro po’ sul divano. Nel frattempo al Camp Nou il gol di Alisson Santos scatena il delirio generale, una scena di tripudio a distanza sempre più rara nel calcio di oggi.

O forse l’esultanza si inseriva nell’alveo della rivalità calcistica tra catalani e baschi?

È sempre bello veder crollare un gigante come il Real Madrid, diciamoci la verità. D’altra parte, come dice Tuco ne Il buono, il brutto e il cattivo, i tipi grossi «quando cascano fanno tanto rumore», per questo è così divertente. Quello che ancora non sapevamo, però, è che le peripezie dei “blancos” sarebbero rimaste una notizia marginale di fronte alla qualificazione del Benfica.

La cosa più bella di questa storia, ciò che l’ha resa memorabile, è che nemmeno i suoi protagonisti avevano ben chiaro cosa stesse accadendo. Mourinho, lo ha ammesso lui stesso dopo la partita, al 93′, ancora sul 3-2, pensava di essere già qualificato. D’altra parte, poveraccio, mica aveva davanti il riquadro con la classifica generale! Al 90’ lo vediamo confabulare in panchina con Antonio Silva, un difensore. Che voglia mandarlo in campo al posto di un altro centrale per avere una torre in più? Niente affatto, Antonio Silva entra al posto di un’ala, Schjelderup: «Quando ho fatto la sostituzione, non avevo capito che il 3-2 non bastasse. I sostituti sono entrati per mantenere il vantaggio».

Il nuovo formato ci ha fatto divertire, ma il fatto che nemmeno i protagonisti capiscano cosa stia realmente accadendo, forse, ci dice che le controindicazioni non mancano.

Su Schjelderup forse si potrebbe scrivere un articolo a parte. Una delle grandi promesse del calcio norvegese, acquistato dal Benfica già nel 2022 ad appena 18 anni, Schjelderup prima di ieri sembrava ai margini del progetto di Mourinho, che fonda sempre le sue squadre su un confine netto tra chi è dentro e chi è fuori. Il norvegese, nelle ultime dieci gare di campionato, è partito titolare solo una volta, e in Champions non aveva mai segnato in vita sua. Nelle scorse settimane, scrollando le notizie, si leggeva del suo nome associato a diverse squadre italiane per il calciomercato di gennaio; pochi giorni fa sembrava a un passo dal Parma. Ieri ha segnato una doppietta al Real Madrid senza la quale tutta questa storia non sarebbe stato possibile e dopo la partita è apparso quasi in lacrime ai microfoni: «Questo è ciò di cui sono fatti i sogni».

In effetti nel recupero del secondo tempo si crea una situazione quasi onirica, paradossale. Il Real Madrid, che intanto è rimasto in dieci per la doppia ammonizione di Asencio, prova a vincere. Il Benfica, invece, vuole mantenere il risultato.

Quando l’ultimo calcio di punizione a favore degli spagnoli si risolve in un pallonetto senza senso di Camavinga, Trubin, portiere dei portoghesi, si concede addirittura il lusso di stoppare di petto e di buttarsi a terra per perdere tempo. È evidente che nessuno avesse avvertito i giocatori della necessità di segnare. In tribuna Rui Costa, lui sì con lo specchietto della classifica davanti, impazzisce e forse in quel momento vorrebbe uccidere il portiere ucraino.

Pochi secondi dopo, tra l’altro, proprio Trubin è protagonista di un momento misterioso, che contribuisce alla sceneggiatura assurda di questa partita. Il portiere fa per rinviare e non si accorge di avere accanto Mbappé, che gli ruba palla con la punta del piede e va a segnare. L’arbitro Massa, però, fischia fallo.

La decisione, non a caso, causa le veementi proteste di Rodrygo che viene espulso, lasciando in nove il Real Madrid.

Il sospiro di sollievo è anche un’epifania per il Benfica, che per qualche ragione, forse avvertito dal brusio del Da Luz, forse più semplicemente da qualche assistente con un’app di risultati in diretta, o forse davvero per magia, si accorge finalmente di non aver completato l’opera.

Il portiere, allora, fa salire i suoi e lancia lungo. Per sua fortuna, il primo ad arrivare sulla seconda palla è Aursnes. Bellingham prova a recuperare, e affondando il tackle calpesta giusto la punta della scarpa del norvegese.

Fallo anche questo ai limiti del regolamento. Se Aursnes avesse avuto una taglia in meno di scarpe, probabilmente, non avremmo assistito allo spettacolo di ieri.

Quando l’arbitro fischia la punizione da una posizione così invitante, tutti nella nostra testa abbiamo prefigurato cosa potesse accadere. Vedere Trubin salire in area è stata l’illuminazione di cui avevamo bisogno, la lavagnetta targata Skokie, Illinois, che lascia intuire a Kujan il raggiro di cui è oggetto, l’inquadratura sulla tazza che gli cade dalle mani e che, mostrandoci la scritta Kobayashi sul frammento di porcellana, ci fa capire come tutto stesse cospirando verso una sola direzione: il gol del portiere, l’eliminazione del Real Madrid dalle prime otto e, soprattutto, la qualificazione del Benfica ai danni del Marsiglia.

Il cross perfetto di Aursnes che cade sulla fronte di Trubin è la conferma di cui avevamo bisogno, Verbal Kint che all’improvviso non è più zoppo e prende a camminare diritto.

Mourinho si mette a correre indicando i tifosi, come fosse ad Old Trafford nel 2004 o in mezzo agli irrigatori del Camp Nou nel 2010 – un’esultanza di cui dopo la partita si scuserà con Arbeloa. Ha dovuto tessere la più fitta delle trame per regalarci, ancora una volta, una notte di gloria, forse l’ultima della sua carriera a questo livello. Un momento che in Italia ha fatto esultare in molti, come i soldati francesi dopo il ritorno di Napoleone dall’Isola d’Elba.

A quel punto abbiamo avuto davanti il quadro completo, era tutto macchinato ad arte: l’incrocio con il Real Madrid, la squadra che aveva rigettato la sua dittatura, che pure era servita a ricostruire le basi per il dominio di Ancelotti e Zidane, dopo un decennio di magra in Champions League. Il fatto che sulla panchina dei blancos ci fosse uno dei suoi pretoriani alla “Casa Blanca”, Alvaro Arbeloa, uno di quelli che avevano reso irrespirabile l’aria nei Clasicos e nello spogliatoio della Spagna, al tempo della rivalità col Barcellona di Guardiola. E che dire del fatto che, alla resta dei conti, a regalare la qualificazione al Benfica siano stati gli acerrimi rivali dello Sporting CP: non solo con la rete in extremis di Alisson Santos, ma anche con quella nel turno precedente di Luís Suárez, che fino all’anno scorso giocava nella Segunda Division spagnola e che una settimana fa, al 90’, aveva permesso allo Sporting di sconfiggere il PSG, rimanendo in ballo per l’ottavo posto.

Le vie del calcio sono infinite. E Mourinho, come Keyser Soze, ci ha fatto riunire virtualmente tutti al Da Luz senza sapere cosa il destino stesse tramando per lui, salvo poi scoprirlo alla fine. «La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto», dice Verbal Kint alla fine de I soliti sospetti, «è stata convincere il mondo che lui non esiste».