Rispetto delle norme o controllo dei corpi? – Ufficialmente Pechino si dice preoccupata per questo “capitalismo dell’aspetto” : un settore altamente redditizio ma poco controllato, capace di amplificare disuguaglianze sociali, indebitamento privato e ansia collettiva. La battaglia contro la chirurgia estetica si inserisce quindi in una strategia più ampia del Partito comunista cinese, volta a ridimensionare industrie considerate socialmente dannose o ideologicamente problematiche. Ma c’è anche un non detto che offre un’altra lettura. L’esigenza non solo di riaffermare il primato dello Stato sul mercato contrastando modelli di successo fondati esclusivamente su bellezza, consumo e visibilità. Ma anche la volontà del controllo dei corpi. il controllo dei corpi. Nella visione del Partito comunista cinese, il corpo non è mai stato completamente privato, ma parte di un progetto collettivo da disciplinare. Dalla pianificazione delle nascite alle campagne sanitarie, fino alle recenti regolamentazioni sui modelli di comportamento giovanile, lo Stato ha storicamente rivendicato il diritto di intervenire su ciò che i cittadini fanno di sé. La chirurgia estetica, invece, rappresenta una forma estrema di autonomia individuale: modificare il proprio corpo per desiderio, status o competizione sociale. Un atto che sfugge al controllo ideologico e che produce identità non sempre allineate ai valori di sobrietà, produttività e conformità promossi da Pechino. In questo senso, la battaglia contro il bisturi non riguarda solo la sicurezza medica, ma chi detiene l’autorità ultima sul corpo e sui desideri che lo attraversano.