di
Camilla Bianchi

L’incarico a Lorenzo Giusti appena rinnovato per altri 5 anni, le incertezze per i ritardi del nuovo cantiere e gli obiettivi: «Gamec dovrà crescere come tutti i musei d’arte contemporanea. Il bilancio è cresciuto grazie all’alleanza tra soci e aziende»

La prende con filosofia, Lorenzo Giusti. «Mettiamola così: il ritardo dei lavori per la nuova sede di Gamec ci dà un anno in più per prepararci al trasferimento e consolidare le relazioni strategiche con il territorio». Il direttore della Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo non perde l’ottimismo. L’incarico al vertice del museo gli è stato appena rinnovato per altri 5 anni, resta il tempo per qualche curatela selezionata, «solo progetti importanti che aiutino a consolidare il profilo di Gamec», ma la priorità è «rivedere il nostro programma sulla base delle nuove prospettive».  Nelle sale di via San Tomaso il percorso attraverso le collezioni permanenti è stato rinnovato e resterà allestito fino a febbraio 2027. Nel frattempo la programmazione per il 2026 è pronta a partire.

Archiviato il progetto «Pensare come una montagna», in cui ogni opera è nata sul territorio dall’incontro tra comunità locali e artisti internazionali, ora è tempo di un nuovo percorso sperimentale: «E partecipato come il precedente. Il Progetto Galassia prevede una rilettura del patrimonio di Bergamo relativo al Novecento e alla contemporaneità, attraverso lo sguardo di 12 persone attive sul territorio (ricercatori universitari, operatori culturali, professionisti con competenze e formazioni diverse). Una rilettura multidisciplinare finalizzata alla creazione di percorsi museali nella nuova Gamec».



















































Ha dichiarato che gli spazi della nuova Gamec non basteranno per esporre l’intero patrimonio del museo, eppure c’è chi si chiede se ci saranno opere a sufficienza per riempire tutte le sale.
«Gamec ha una collezione di oltre tremila opere molto diverse tra loro. C’è il nucleo della prima fase composto da opere di autori soprattutto bergamaschi, c’è il nucleo degli artisti italiani del ‘900 e poi quello contemporaneo cresciuto negli anni e alimentato dalle donazioni. Il punto è come valorizzare questo patrimonio. I nuovi spazi non sono né grandi né piccoli. Sono della misura giusta per un museo come il nostro e per una città come Bergamo. Piuttosto c’è un tema che sfugge al dibattito sulla Gamec».

Quale?
«Il problema non è gestire un patrimonio che resterà così com’è anche in futuro, Gamec dovrà crescere come tutti i musei d’arte contemporanea. La città dovrebbe chiedersi che tipo di collezione vogliamo avere domani per rappresentarci. Anche ci mancassero opere da esporre, e non è questo il caso, dobbiamo pensare che nella nuova sede possiamo metterci quello che da oggi in poi può essere collezionato. Oggi la sfida diventa quali donazioni accettare e quali no, così da dare un’identità sempre più forte alle collezioni del futuro».

Cosa accadrà quest’anno a Palazzo della Ragione?
«Non faremo una mostra in senso stretto. Abbiamo coinvolto Fosbury Architecture, un collettivo di designer e architetti fondato dalla bergamasca Claudia Mainardi, e a loro abbiamo commissionato un’installazione composta da ambienti che potessero ospitare laboratori e workshop di natura diversa. Tutto il programma del 2026 è dedicato al tema dell’education. Anche le mostre di Ana Silva e Selma Selman saranno a supporto di questo programma: un anno di incontri, approfondimenti, workshop, laboratori permanenti. A Palazzo della Ragione si entrerà per partecipare ad attività che porteranno il pubblico a interrogarsi su quale tipo di educazione sia opportuno ricevere oggi. Come essere liberi in un’epoca in cui apprendiamo attraverso strumenti controllati da algoritmi e processi informatici?».

Torna Radio Gamec.
«Faremo un programma di incontri e conversazioni, ripartiamo con lo stesso spirito dei tempi del lockdown, quando tutto iniziò. Dedicheremo un sito alla radio, con tutti i contenuti prodotti da Radio Gamec dal 2020 ad oggi. Porremo domande ad artisti, curatori, filosofi, sociologi, antropologi, politici, attivisti. L’idea è usare il web non solo per comunicare progetti e attività del museo, ma come uno spazio da riempire di contenuti. Questo ci consente di avere un pubblico allargato e diverso».

Ecco, che pubblico è quello della Gamec?
«Intanto va detto che negli anni è parecchio cresciuto. E che il pubblico dei musei d’arte contemporanea è per definizione itinerante. Il nostro arriva dall’estero, soprattutto d’estate, ma anche da fuori Bergamo. È composto da visitatori e utenti che fruiscono dei nostri contenuti culturali attraverso modalità che non sono solo la visita al museo e alle collezioni».
Va messa nel conto una programmazione alternativa anche per il 2027.

Quanto è frustrante dover lavorare senza scadenze precise?
«Lo è, ma relativamente. Non siamo per strada, abbiamo un museo, una collezione esposta, uffici da cui nessuno ci caccerà. Non pensiamo solo in termini di mostre ma operiamo attraverso modalità molteplici, abbiamo mille strumenti per interpretare al meglio il nostro compito: fornire chiavi di lettura per il tempo presente attraverso i linguaggi dell’arte e non solo».

È previsto un evento importante per l’inaugurazione della nuova sede, ma ancora non potete fare accordi con artisti né richiedere prestiti.
«C’è un progetto per l’apertura che vorrebbe rappresentare la molteplicità di funzioni che un museo d’arte contemporanea può svolgere nel nostro tempo, rappresentativo anche delle tante anime di questa Gamec in continua trasformazione. Mi piacerebbe si capisse che un museo d’arte contemporanea implica un cambiamento costante. Per fortuna non ho firmato contratti di prestito, non abbiamo nessun obbligo, siamo stati attenti a non esporci in una fase senza certezze. Ho tanti colleghi che hanno affrontato situazioni analoghe, non ricordo un museo che abbia aperto nelle date annunciate. Certo, prima questa certezza arriva e meglio è».

Il progetto della nuova sede è rimasto quello iniziale o nel frattempo è cambiato?
«Rispetto al preliminare sono cambiate un po’ di cose. Ci sarà l’auditorium che non era previsto, e il ristorante sulla terrazza panoramica credo non sia la soluzione giusta. È meglio uno spazio polifunzionale che possa essere utilizzato per eventi e ci dia una maggiore flessibilità. Si è ritenuto, anche dopo aver parlato con chi ha avuto esperienze analoghe, che trasformare uno spazio di 400 metri quadri in un ristorante significherebbe ridurlo a una sola funzione. È più opportuno che questo spazio possa essere utilizzato in tante forme diverse».

Chi segue Gamec da vicino sembra avere una preoccupazione: trovare i soldi per riempire la nuova sede di attività, mostre, contenuti.
«Una preoccupazione che ho anche io. In sette anni grazie alla presenza di Tenaris, a un’amministrazione attenta e a un lavoro sistematico della nostra presidente Simona Bonaldi il bilancio è cresciuto in modo consistente. Nel 2018 era di 800 mila euro, nel 2023, l’anno della performance migliore, è arrivato a quasi 2,4 milioni. Tutte entrate che dobbiamo all’impegno rinnovato dei soci fondatori e della rete di aziende che sostiene il museo. È su questa alleanza che dobbiamo costruire il piano economico-finanziario della nuova Gamec, che chiaramente dovrà rinforzarsi. Questo è un territorio che, se stimolato correttamente, risponde. E la storia recente di Gamec lo testimonia».


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30 gennaio 2026