Il futuro del dollaro passa da Mar-a-Lago. Non solo perché in quel resort della Florida, quartier generale «privato» di Donald Trump, si sono svolte le grandi manovre di preselezione del prossimo banchiere centrale americano. Ma anche perché un «grande accordo di Mar-a-Lago» fu preconizzato da diversi economisti trumpiani per svalutare la moneta verde.
Il modello erano gli accordi del Plaza e del Louvre che nel 1985 e 1986 furono voluti dalla presidenza Reagan, negoziati dalla Federal Reserve, imposti ai principali concorrenti degli Stati Uniti che allora erano Giappone e Germania: lo scopo era di abbassare la competitività delle esportazioni giapponesi e tedesche rivalutando yen e marco (non esisteva ancora l’euro). Quelle «guerre monetarie» facevano parte dell’arsenale protezionista reaganiano, che Trump ha sempre ammirato. E che sta riproducendo.
Il «grande accordo di Mar-a-Lago» per adesso non c’è: non esiste nulla che assomigli ai negoziati formali e alle intese ufficiali tra banche centrali nel 1985 e 1986. Però dietro le quinte l’America sta negoziando soprattutto con il Giappone e la Corea del Sud perché questi due paesi rafforzino le proprie monete, sottovalutate.
Il declino recente del dollaro è anche frutto di manovre concordate nel triangolo Washington-Tokyo-Seul. La designazione del candidato di Trump alla Fed (una nomina che dovrebbe essere ratificata a maggio quando scadrà l’attuale presidente Jerome Powell) rientra in questa stagione «reaganiana» della politica monetaria Usa.
Kevin Warsh, che era già stato uno dei governatori della Federal Reserve, è stato scelto dal presidente Trump per guidare la banca centrale. La sua dottrina è nota: in un editoriale pubblicato a novembre sul Wall Street Journal, Warsh ha attaccato la «leadership fallimentare» della banca centrale, ha lodato l’amministrazione Trump e ha indicato i principali cambiamenti che vorrebbe introdurre.
La filosofia monetaria di Warsh e la strategia valutaria della Casa Bianca e del Tesoro fanno parte di un’unica svolta: la subordinazione della politica monetaria a una strategia esplicita di crescita nazionale, competitività industriale e primato tecnologico, anche a costo di mettere in discussione alcuni pilastri dell’ordine economico globale.
Warsh non propone semplici aggiustamenti tecnici. Il suo è un atto d’accusa contro l’impostazione culturale della Federal Reserve degli ultimi anni. Secondo lui, la banca centrale è rimasta prigioniera di schemi mentali del passato, incapace di cogliere la portata della trasformazione tecnologica in atto e troppo legata a un’ortodossia anti-inflazionistica che finisce per soffocare la crescita.
Il punto di partenza del suo ragionamento è l’idea che gli Stati Uniti si trovino all’alba di una nuova età dell’innovazione, in cui l’intelligenza artificiale rappresenta non solo una rivoluzione tecnologica, ma un salto di paradigma nella produttività.
Warsh attribuisce questa dinamica a quello che definisce «il genio americano»: una combinazione di capitale flessibile, cultura imprenditoriale e valorizzazione del merito individuale. Le politiche fiscali e normative dell’amministrazione Trump, a suo dire, hanno liberato questo potenziale, stimolando massicci investimenti privati in manifattura avanzata, data center e tecnologie di frontiera.
In questo contesto, la vecchia Fed di Powell appare come un freno. Warsh contesta la previsione di una fase di stagflazione e invita a scartare l’idea che un’economia in forte crescita e salari in aumento siano di per sé un rischio. L’IA, sostiene, agirà come una potente forza disinflazionistica: aumentando la produttività, ridurrà i costi unitari del lavoro e sosterrà un aumento dei salari reali. Anche un incremento di un solo punto percentuale nella crescita della produttività, ricorda, può raddoppiare gli standard di vita nell’arco di una generazione.
Il secondo pilastro della sua critica riguarda l’inflazione. Warsh rovescia il paradigma tradizionale secondo cui l’inflazione nasce da un’economia «troppo» dinamica, surriscaldata. A suo giudizio, l’inflazione è il risultato di scelte politiche sbagliate: spesa pubblica eccessiva e creazione eccessiva di moneta. Il problema, dice, è che la liquidità è stata abbondante per i grandi attori finanziari, mentre il credito per famiglie e piccole imprese è rimasto insufficiente. Il bilancio della Fed, cresciuto enormemente negli anni di crisi, avrebbe finito per favorire i grandi gruppi più che l’economia diffusa. La soluzione proposta è paradossale solo in apparenza: ridurre il bilancio, ma allo stesso tempo abbassare i tassi per sostenere direttamente famiglie e PMI.
Un terzo fronte è quello regolatorio. Warsh attribuisce alla Fed anche responsabilità nei fallimenti di alcune banche avvenuti nel 2022-23, accusa la vigilanza di aver penalizzato in modo sistematico le banche di dimensioni medio-piccole, proprio quelle più legate al credito verso l’economia reale.
Infine, Warsh mette in discussione oltre un decennio di convergenza regolatoria globale. Le regole negoziate a Basilea, a suo avviso, non devono vincolare l’America se ostacolano la competitività delle sue banche. Gli Stati Uniti dovrebbero diventare il luogo più attrattivo al mondo per l’attività bancaria, anche a costo di divergere dagli standard internazionali. La stabilità finanziaria globale cede il passo alla priorità della crescita e della potenza economica nazionale.
Il dollaro debole è la leva esterna della stessa strategia. Un’analisi di Greg Ip sul Wall Street Journal mostra il versante internazionale di questa impostazione. Un dollaro più debole, osserva, non è un incidente, ma una componente coerente della strategia economica di Trump. Il presidente ha espresso soddisfazione per il calo del dollaro e, dietro le parole, si intravedono azioni: contatti con Giappone e Corea del Sud sul valore delle rispettive valute e ipotesi di interventi coordinati sui mercati dei cambi.
In teoria, gli interventi valutari funzionano solo se sostenuti dai fondamentali, in primo luogo dalla politica monetaria. Ed è qui che le due dinamiche si incontrano: la prospettiva di un nuovo presidente della Fed incline a tagliare i tassi per sostenere crescita e mercati rende più probabile una pressione al ribasso sul dollaro. Non si tratta quindi di dietrologie di mercato, ma del risultato di una scelta: dare priorità al ruolo domestico del dollaro rispetto a quello globale.
Il dollaro forte ha storicamente facilitato il finanziamento del debito pubblico americano, grazie alla domanda mondiale di Treasury Bond considerati beni rifugio. Ma questa stessa domanda ha contribuito ad apprezzare la valuta, ampliando il deficit commerciale e indebolendo la manifattura. Per l’amministrazione Trump, questa logica — accettare la deindustrializzazione in cambio di mercati finanziari forti — è inaccettabile. La reindustrializzazione è vista come un obiettivo di sicurezza nazionale.
Un dollaro più debole offre benefici nel breve periodo: rende più competitive le esportazioni e riduce le importazioni senza le distorsioni dei dazi. Comporta costi potenziali. Può alimentare l’inflazione attraverso i beni importati e le materie prime, spesso denominate in dollari. Soprattutto, può erodere quel «premio di sicurezza» di cui godono i titoli del Tesoro: gli investitori accettano rendimenti più bassi in cambio della stabilità istituzionale americana. Se cresce il sospetto che gli Stati Uniti tollerino più inflazione o subordinino la Fed alla politica, questo premio si riduce, aumentando i costi di finanziamento.
Un nuovo equilibrio non è «la fine» del dollaro. Ip non prevede una crisi del dollaro come quelle viste in economie emergenti: non esiste un’alternativa credibile come valuta di riserva globale. Ma sottolinea che un presupposto di lungo periodo — il dollaro come «scommessa a senso unico» — si sta incrinando.
In sintesi, la possibile Fed di Warsh e la politica del dollaro debole sono due facce della stessa medaglia: usare tutti gli strumenti, monetari, regolatori e valutari, per sostenere crescita, investimenti e industria americana. C’è una minore enfasi sulla stabilità dei prezzi come obiettivo assoluto e un indebolimento del ruolo del dollaro come pilastro neutrale del sistema finanziario globale. È una scommessa sulla produttività, sulla tecnologia e sulla capacità dell’economia americana di crescere più in fretta delle tensioni che questa svolta inevitabilmente genera.
Le elezioni legislative di mid-term a novembre potrebbero mandare un segnale dissonante, però: se il carovita dovesse risultare un fattore decisivo di malcontento, e costare la maggioranza ai repubblicani, l’approccio rilassato di Warsh sull’inflazione finirebbe sotto tiro prima ancora che la sua nomina sia confermata.
30 gennaio 2026
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