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I magistrati di Milano e il referendum sulla giustizia: «Riforma inutile e punitiva». Nordio: «Non è contro di voi, discutiamo dei miglioramenti»
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I magistrati di Milano e il referendum sulla giustizia: «Riforma inutile e punitiva». Nordio: «Non è contro di voi, discutiamo dei miglioramenti»

  • 1 Febbraio 2026

di
Luigi Ferrarella

Inaugurazione dell’anno giudiziario, Ondei sbotta su giudici non abbastanza terzi e imparziali: «Questa affermazione non è accettabile!». Nanni: «Stiamo sprecando tempo e risorse»

Il «non è accettabile!» del presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Ondei, e il «stiamo sprecando tempo e risorse» della procuratrice generale, Francesca Nanni, segnano la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario di fronte al promotore – il ministro della Giustizia, Carlo Nordio – di quella riforma costituzionale della separazione delle carriere di giudici e pm, del sorteggio dei componenti del Csm e dello scorporo della giustizia disciplinare a una nuova Alta Corte, che entrambi i vertici del distretto valutano «ininfluente», e che Nanni giudica anche «una punizione che non ci meritiamo». Il ministro ammette che la riforma non migliorerà tempi ed efficienza, ma ne difende il “carattere consustanziale” al processo accusatorio introdotto nel 1989, pur aprendo a correttivi al momento dei decreti attuativi se dovesse vincere il sì al referendum del 22 e 23 marzo.

«Non siamo parassiti»

«Il totale delle spese di funzionamento dei cinque uffici giudiziari che lavorano all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano, 168 milioni e 898.000 euro, è stato – conteggia il presidente della Corte d’Appello, Ondei – inferiore al totale delle entrate generato da questi uffici, 172 milioni e 45.000 euro, uffici che dunque, pur non essendo enti economici, hanno generato un avanzo attivo annuo di circa 3 milioni di euro ovviamente tutto devoluto a livello nazionale al Fondo Unico Giustizia: la notizia, allora, è che la Giustizia a Milano non è un parassita economico!». Via gli stereotipi, prova ad additare Ondei, che anche rispetto alla riforma costituzionale si concentra a «fare chiarezza tecnica su alcuni aspetti del tutto fuorvianti perché nulla hanno a che vedere con quelli che saranno gli effetti della riforma» costituzionale.



















































«Terzietà, non c’è emergenza di Stato»

Ondei ragiona sulla domanda se la riforma «potrà dare al sistema giustizia un giudice più terzo e più imparziale», come propugnano i sostenitori del “Sì” al referendum del 22 e 23 marzo: ma «la risposta positiva alla domanda si fonda sul presupposto errato che i giudici oggi non siano sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del “collega” pubblico ministero. Questa affermazione non è accettabile! Se fosse vera – dice Ondei interrotto da 15 secondi di applauso dell’Aula Magna, al quale si aggiunge curiosamente lo stesso Nordio -, vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto. La magistratura è invece un ordine dello Stato sano, composto per lo più da persone ispirate da un alto senso del dovere che quotidianamente svolgono il loro lavoro con sacrifici personali». E se «non mi compete in questa sede alcuna valutazione di natura latamente politica, e me ne guarderò bene dall’esprimerla», Ondei aggiunge invece che la riforma «non inciderà in alcun modo sui tempi della giustizia, che nel nostro distretto per fortuna sono sopportabili ma che a livello nazionale sono insopportabilmente lunghi»; che con la riforma «si continuerà a lavorare con carenze di organico» globalmente del 40% tra i cancellieri a Milano, e «con carenza di mezzi informatici in un contesto che ha l’ambizione di informatizzarsi e digitalizzare i processi in una logica perdente del “vorrei ma non posso”»; e che «nemmeno avrà alcuna incidenza diretta ed immediata» sui casi di malagiustizia, rispetto ai quali «serve solo una cosa: lavorare tutti insieme con grande capacità professionale».

«Blasfemo, l’ho detto e lo ripeto»

«Finalmente – risponde Nordio a Ondei – ho ascoltato un modo di discutere pacato e fondato su argomentazioni e non su atteggiamenti e affermazioni impropri. Nessuno – ammette – ha mai avuto la pretesa che la riforma incida su tempi ed efficienza, però su questo stiamo facendo molto, colmando entro il 2026 l’organico dei magistrati, dando certezze ai giudici onorari che hanno un ruolo portante e che invece erano considerati figli di in Dio minore, e stabilizzando quasi 10.000 degli addetti al processo entrati con i finanziamenti del Pnrr. Sulla malagiustizia non so se la riforma inciderà, ma sulla terzietà – ndidte il ministro – ripeto che la separazione delle carriere è consustanziale al processo accusatorio di stampo anglosassone introdotto nel 1989 dal nuovo codice penale. Venerdì davanti al capo dello Stato in Cassazione ho detto, e ora lo ripeto, che è blasfemo attribuire la volontà di sottomettere i pm all’esecutivo: blasfemia, infatti, è anche l’offesa a una istituzione sacra, quale per me il Parlamento, nel momento in cui le viene attribuita una volontà non solo mai avuta, ma anzi contraddetta dagli articoli 104 e 106 della Costituzione. Questa riforma – afferma Nordio – non è fatta né contro i magistrati né a favore del rafforzamento del governo, talmente stabile che io sono l’unico dei ministri della Giustizia europei ancora in carica dopo tre anni e mezzo. E comunque vada, il referendum non deve e non avrà effetti politici: se vincerà il sì, cominceremo subito il dialogo sui decreti attuativi, dove io preso ad esempio – apre il ministro – che si possa discutere dei criteri del sorteggio per il Csm e della possibilità di introdurre un ricorso in Cassazione per l’Alta Corte disciplinare».

«Non panacea ma punizione immeritata»

La procuratrice generale milanese Nanni nel proprio intervento non dipinge di rosa una situazione che descrive tutt’altro che rosea nei segnali di peggioramento statistico del motore delle Procure del distretto, tutte in affanno per la carenza di mezzi e soprattutto di personale di cancelleria: «Un peggioramento peraltro ampiamente prevedibile visto il protrarsi delle condizioni assai problematiche già segnalate in passato e per le quali non sono state adottate efficaci soluzioni». Il rallentamento è impressionante in tutte le Procure del distretto e soprattutto a Milano: «A fronte di un flusso di notizie di reato sostanzialmente invariato, si registra un aumento percentuale delle pendenze finali nell’anno del 15,82% rispetto a quelle iniziali con addirittura un aumento del 22,33% a Milano. Sempre a livello distrettuale l’indice di ricambio, è pari a 86, addirittura 76 a Milano; l’indice di smaltimento, già inferiore alla normalità, è sceso da 0,49 a 0,45 a livello distrettuale con punte minime di 0,37 a Milano».

Eppure, nonostante queste condizioni e difficoltà degli uffici, «l’unica riforma proposta e approvata – lamenta la pg Nanni – è quella sulla separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, indicata come la panacea di tutti i mali mentre ritengo sia ininfluente rispetto alle disfunzioni attuali, alcune delle quali, come l’acritica eccessiva adesione del pubblico ministero alle ipotesi formulate dalle forze dell’ordine, sono destinate probabilmente ad aumentare. Dalla sostanziale inutilità della riforma in oggetto a correggere le attuali pesantissime carenze deriva il dubbio – affonda Nanni – che si tratti di un intervento con un carattere prevalentemente punitivo che, viste le condizioni in cui la quasi totalità degli uffici di Procura è stata costretta a lavorare negli ultimi anni, sinceramente non ci sentiamo di meritare. Stiamo sprecando tempo e risorse, senza contare il clima di gravissima tensione che porta a radicalizzare le posizioni e che ostacola un sereno dialogo ed un corretto svolgimento del lavoro, a scapito di altre riforme». Per Nanni, infatti, occorrerebbe puntare su «una equilibrata opera di semplificazione e armonizzazione delle procedure, una migliore organizzazione degli uffici, un potenziamento degli strumenti necessari per garantire l’effettività della pena, intesa innanzitutto come possibilità di fornire risposte definitive in tempi certi e adeguati e di assicurarne l’esecuzione».

«Media-evo penale, strazio processuale»

Sia Ondei sia Nanni denunciano poi il superamento del livello di guardia dell’impatto della cattiva informazione sulla giustizia. La «morbosità massmediatica – critica Ondei -, lungi dall’offrire resoconti rispondenti al diritto/dovere di informazione, irrinunciabile in ogni ordinamento giuridico democratico, ne ha comportato una “celebrazione parallela” – con massima spettacolarizzazione e approccio culturale distorcente e “riduttivista” – da parte dei cd. “sacerdoti della verità quotidiana”. Qualcuno, in modo icastico, ha parlato di “media-evo” della giustizia penale».

Sempre più spesso, rincara Nanni, i media « non veicolano informazioni ma, fra loro interconnessi in quello spazio opportunamente indicato come rete globale, formano proprie verità, spesso fra loro contrastanti, alla ricerca di veloci adesioni e consensi. Ne consegue lo strazio della verità giudizialmente accertata in un gioco di specchi in cui alla realtà si sovrappone la sua rappresentazione, al lungo e inadeguato processo da svolgersi nei tribunali vengono anteposti spazi di discussione dove la fondatezza delle notizie non è assicurata e a volte neppure è perseguita, dove la sensazione e l’emozione prendono il posto della fiducia e dell’esperienza. Disastrose sono le conseguenze quanto a perdita di credibilità e generale disistima per tutte le categorie e, nei casi più eclatanti, si possono tradurre in una delegittimazione generale del sistema come strumento di composizione dei conflitti, condizione alla base di alcuni pericolosi».


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31 gennaio 2026 ( modifica il 31 gennaio 2026 | 12:01)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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