“Nella misura in cui essere prete è un freno, un impedimento anche interiore, allora – nonostante mi pesi e sia faticoso – è il momento di fare questo passo”. Questa mattina Alberto Ravagnani ha raccontato a Giacomo Poretti, nel corso del suo podcast “PoretCast”, la decisione di abbandonare il sacerdozio. Decisione che il trentaduenne ex vicario della parrocchia di San Gottardo al Corso ha spiegato nel suo ultimo libro dal titolo “La scelta”, pubblicato con la casa editrice Sem, in uscita il 9 febbraio.
Noto come prete-influencer, Ravagnani aveva comunicato la decisione di “sospendere il ministero presbiterale” all’arcivescovo Mario Delpini tre giorni fa. Ieri invece la notizia è stata diffusa ai fedeli dal vicario generale dell’arcidiocesi di Milano, Franco Agnesi. Dopo il colloquio con Poretti, Ravagnani ha postato sui suoi canali social un reel in cui invitava i follower a guardare un suo video pubblicato su YouTube in cui avrebbe svelato le ragioni della sua scelta. Pochi minuti dopo è tornato sui suoi passi con una storia Instagram: “Il video su Youtube uscirà tra qualche giorno. Mi prendo del tempo”.
Don Alberto Ravagnani e la sua scelta: “Non sono più un prete, ma ora il mio cuore sarà più libero”

“Desidero vivere per Dio, seguire il messaggio di Gesù, vivere la mia umanità il più possibile in maniera divina, ma non più da prete”, dice durante l’intervista Ravagnani. Incalzato da Poretti, ripercorre poi i passi che l’hanno portato a dire di sì alla chiamata sacerdotale. “L’istanza originaria era il desiderio di vivere una vita piena, realizzata, felice e nel servizio degli altri. Per me il seminario e la vita da prete erano i binari in cui poter fare questa cosa e quindi mi sono messo su questa strada”, spiega. “Adesso, il treno è rimasto lo stesso ma sono cambiati i binari: desidero comunque vivere per Dio, seguire il messaggio di Gesù, vivere la mia umanità il più possibile in maniera divina, ma non più da prete”.
E aggiunge: “Il modo in cui la vita di prete mi chiede di essere non mi basta più, non ci sto più dentro. Il prete è un ruolo sociale a cui sono legate aspettative, degli obblighi e con un campo d’azione delimitato”. Per poi ammettere: “Mi sono reso conto che sono andato oltre a tutto questo. E in me si è creata dissonanza tra quello che dovrei essere in quanto prete e quello a cui sono chiamato, in questo momento, a essere e a fare. Le due cose non è che sono per forza incompatibili, ma nella mia vita lo sono state: in questi anni mi sono reso conto che è molto difficile – e forse non sano – che io mi sforzi a stare dentro un vestito che ormai mi sta stretto”.
Quando Poretti gli chiede come stia vivendo i giorni successivi alla scelta di abbandonare il sacerdozio, lui risponde così: “Vivo questo momento con tanto timore: mi rendo conto che ho tra le mani qualcosa di importante e non vorrei romperlo”. Ma anche “il desiderio di non sprecare il bene: nella mia vita c’è stato tanto bene, penso di essere stato il prete più fortunato del mondo”. E continua: “Al di là di Dio in un colletto, cioè del mio rapporto con Dio legato a un ruolo, quello che conta è il mio rapporto con Dio nella mia coscienza: sento che nel mio cuore c’è una chiamata ad andare oltre, a portare Gesù un po’ più in là rispetto ai confini della Chiesa”. Ma quindi possiamo chiamarti don Alberto o solo Alberto?, lo incalza Poretti. “Non sono più don, in teoria”. Ma precisa: “La mia scelta non è di totale rottura, non voglio rinnegare il sacramento che ho ricevuto. Teologicamente uno è prete per sempre e io mi sento prete, però la modalità con cui voglio vivere il mio essere prete non è quella di stare dentro un’istituzione”.
E fa un affondo sulla percezione di sé in questi anni: “Quella del don era diventata la mia identità”, dice. “A ventuno anni – quando stavo ancora cercando capire chi fossi – mi hanno vestito con la talare: mi rendo conto che quello era un modo per imprimermi un’identità. Ero contentissimo di indossare quella camicia. Ma negli anni mi sono visto allo specchio sempre come il prete e non mi sono dato la possibilità di capire chi fossi, di autorizzare un percorso di ricerca”. Per poi aggiungere: “Quando ho provato a togliere il colletto non riuscivo a vedermi allo specchio se non con una camicia da prete: quando ho provato a mettere addosso dei colori che non fossero il nero non ce l’ho fatta”.