Riceviamo e pubblichiamo integralmente la riflessione di un genitore sul valore educativo dello sport e, in particolare, della sconfitta e delle responsabilità di atleti e tecnici, a livello giovanile, con riferimento soprattutto al mondo locale della pallavolo.

Che bello sport la pallavolo! Il 2025 è stato un anno strepitoso per le nazionali azzurre che hanno regalato a noi tifosi ansie e gioie mondiali. Un tornado di emozioni che attraverso gli occhi sognanti di Miriam Sylla mi hanno riportato nel 1990, quando con gli stessi occhi sgranati e pieni di gioia Totò Schillaci faceva volare in alto noi ragazzini allora tredicenni. Poi bastava poco: un pallone più o meno sgonfio, un po’ di spazio più o meno sgombro e alcune magliette impilate per formare le porte e… voilà, “San Siro” o il “Delle Alpi” erano pronti, e noi ragazzini lì a sognare di essere come i nostri miti giocando interminabili partite con improbabili risultati.

La passione nello sport cresceva e si alimentava di sconfitte amare e meritate vittorie, accompagnando gli anni della scuola, dei primi amori e delle nostre scelte per il futuro. Alti e bassi negli anni complessi dell’adolescenza. Per i più fortunati come me, sul sentiero non si era mai del tutto soli; le guide al nostro fianco tendevano mani a cui aggrapparsi, davano indicazioni da seguire, riportavano esperienze da ascoltare con curiosità e a volte erano esempio, veri modelli a cui ispirarsi. Erano gli adulti.

Non sempre però andava così bene, bisognava saper discernere, comparare, fidarsi (oppure no) e poi fare delle scelte. Che fatica con certi adulti, proprio difficili da capire!

Un adolescente è quello che è, si sa che è un gran casino! Ma siamo sicuri che quando uno ha le rughe, un lavoro, un mutuo da pagare e magari una famiglia, adulto lo sia davvero?

Oggi mia figlia ha tredici anni, è lei l’adolescente incasinata e io dovrei essere uno degli adulti che in qualche modo la sostengono nella continua ricerca della persona che è oggi e di quella che sarà domani. Ed è anche da questi presupposti che noi genitori cerchiamo aiuto affidando le nostre figlie e i nostri figli ad altri adulti che dovrebbero avere un ruolo importante nella loro crescita; insegnanti, allenatori ed educatori che speriamo possano diventare nel tempo un riferimento positivo, una presenza importante durante il cammino.

É cominciata così nel 2021 l’avventura pallavolistica di mia figlia Francesca (utilizzo un nome di fantasia a sua tutela) con una società sportiva nella cittadina di Morbegno. I primi anni di scuola volley per apprendere i fondamentali e poi all’età di undici anni le prime partite di campionato con l’Under 12. Ho visto Francesca trasformarsi nel tempo e passare dall’essere una bambina che temeva fosse la palla a schiacciare lei, a diventare un’adolescente grintosa e determinata, pronta a tuffarsi e a battere i palloni con forza e precisione (naturalmente agli occhi innamorati di un padre per la figlia!).

Nel 2023 nasceva un bel gruppo di ragazzine unite dalla stessa passione, e un seguito di genitori sempre presenti a sostenerle nelle sfide dei weekend. Il primo anno di campionato è stato durissimo. Le sfide cominciavano in salita prima ancora che l’arbitro desse inizio alla partita, perchè i cori organizzati delle ragazzine avversarie trovavano nella nostra squadra uno spiazzato silenzio. Dopo le prime sconfitte, ne sono arrivate molte altre, a volte con un livello di disparità umiliante. Ed è così, da lontano che è cominciata una lunga e costante crisi per la squadra di Francesca e delle sue compagne. Frustrazione, rabbia, musi lunghi e inconsolabili pianti anche durante i match.

Se possibile, il secondo anno di campionato è stato ancora peggiore del primo. Una differenza tecnica con le altre squadre sempre più ampia, con il risultato di tutte le partite perse, pianti e tanti malumori. Anche Francesca che fino alla fine del campionato non si era particolarmente depressa, ma aveva cercato di reagire impegnandosi di più, a quel punto ha chiesto a noi genitori di poter cambiare società sportiva. Dopo due anni consecutivi fatti di sonore batoste ha iniziato a percepire intorno a sé un clima di sfiducia generalizzata e di tensioni. Ha visto alcune delle sue compagne andarsene altrove e per alcuni mesi ha insistentemente chiesto di poterle seguire. Ma io e mia moglie non eravamo d’accordo con lei. Pensavamo che Francesca dovesse affrontare le difficoltà insieme alle altre ragazze rimaste, e che bisognasse dare fiducia alla società sportiva che in una riunione avuta a fine campionato annunciava di introdurre nello staff tecnico nuovi e significativi rinforzi.

Oggi, alla luce dei fatti, non so se come genitori abbiamo spinto Francesca a prendere la decisione più giusta, anche se la società sportiva è stata di parola e ha attuato i cambiamenti annunciati alla fine della stagione precedente. Intanto è arrivata l’estate 2025 e come un genitore vede cresere la propria figlia adolescente, di pari passo è cresciuta la passione di Francesca per la pallavolo.

Pallavolo al parchetto con le amiche, pallavolo in riva al lago, campo estivo di pallavolo con la Valtellina Summer League, pallavolo con le emozioni dei Mondiali, compreso il seguire lunghi pezzi di partite nelle TV esposte al centro commerciale. Pallavolo ovunque!

Poi è cominciata la nuova stagione. Le partite di campionato si sono susseguite…al ritmo ormai arcinoto di uniche e sonore sconfitte. Insieme agli altri genitori, ho assistito ancora alla rabbia, alla frustrazione, ai pianti, ma cosa ancor più preoccupante allo spegnersi dell’entusiasmo, alla rinuncia a crederci fino alla fine, alla perdita della motivazione e forse ancor peggio, al non riuscire a reagire.

A volte nel mondo dello sport giovanile si discute di come sia importante anche imparare a perdere, accettare la sconfitta riconoscendo il valore dell’avversario e gli errori commessi. Ma diviene un vero massacro se dopo quasi tre anni di sconfitte gli adulti di riferimento non ti indicano una via di uscita, chi resisterebbe? Quale percezione hanno di se stesse e del loro gruppo queste ragazze? E infatti è stato a questo punto che un’altra compagna di Francesca non ha retto più il peso della situazione e con il nullaosta della società sportiva si è trasferita in un’altra squadra.

Quante volte negli ultimi due anni insieme agli altri genitori ci siamo chiesti per quanto tempo le nostre figlie avrebbero ancora retto una situazione del genere, con il timore di sentirsi dire un giorno “Basta, non voglio più giocare a pallavolo”. Non di certo per il timore di non avere una campionessa in famiglia, ma per l’amarezza che accompagna la rinuncia a coltivare le proprie passioni. Ancor più se si hanno tredici anni.

Per noi genitori di Francesca quel giorno è arrivato alla fine di novembre. È passato prima attraverso lunghissimi pianti carichi di delusione, rabbia e frustrazione (non la vedevamo piangere così dai tempi dell’asilo!), poi rapidamente è arrivato il rifiuto, la paura di affrontare una nuova sfida e provare per l’ennesima volta le stesse emozioni negative: sentirsi incapace, sentirsi sbagliata, sentirsi senza possibilità di riscatto.

Così anche Francesca ha preso la decisione di chiedere alla società sportiva di cui fa parte la possibilità di allenarsi con un’altra squadra, pur sapendo che per la stagione in corso non avrebbe potuto disputare alcuna partita in quanto già scesa in campo troppe volte con la squadra. Ma il nullaosta le è stato negato. Dopo alcuni colloqui con i responsabili della squadra, che sottolineavano come per loro la cosa più importante fosse il benessere dell’atleta, e che anche in tempi recenti si erano fatti scambi con altre Società, il NO è stato secco ed indiscutibile. Francesca dovrà rimanere perché “tesserarsi significa infatti prendere un impegno serio con la Società sportiva che si impegna a sua volta a organizzare squadre e staff tecnici”.

Francesca si è chiusa in uno stato di malessere che per il suo carattere giocoso di tredicenne ci disorienta e spaventa. Così, forse per salvaguardarsi da questa spiacevole situazione che gli adulti le hanno cucito addosso, e grazie alla passione che ha per questo sport, Franesca ha preso la difficile decisione di continuare ad allenarsi ma di rinunciare alle convocazioni per le partite. Un prezzo molto alto per una tredicenne che nella pallavolo cerca la felicità. Con grande orgoglio da parte di noi genitori, Francesca ha comunicato personalmente questa decisione all’allenatrice e alle sue compagne di squadra. E anche se in difficoltà per la situazione creatasi, ogni settimana si reca agli allenamenti e li affronta con impegno.

Francesca si chiede ogni giorno perché non la lasciano andare. Anche se la normativa la vincola a rimanere fino a fine stagione, la società avrebbe la possibilità di concederle il nullaosta e iscriversi altrove, come d’altronde ha già fatto in un altro caso un paio di settimane prima della sua richiesta. Proprio oggi alcuni genitori preoccupati hanno chiesto di fare una riunione con i responsabili della squadra per parlare delle difficoltà, ma la risposta dello staff tecnico è stata negativa, ritengono che non sia necessaria.

Forse da tutta questa vicenda Francesca imparerà che certi adulti credono che le responsabilità che gli altri devono prendersi siano sempre prioritarie rispetto alle proprie e che queste ultime possano essere molte volte accantonate nel nome di chissà quali interessi. Anche quando da una parte ci sono scelte coraggiose di una tredicenne e dall’altra consigli societari di cosiddetti “adulti”. Francesca si chiederà se attribuire il peso di una responsabilità a una tredicenne abbia avuto un intento educativo da parte di quegli stessi adulti che non sono stati in grado di offrirle un’esperienza educativa autentica, ovvero capace di accompagnarla anche nei momenti di difficoltà. Si chiederà se questi sono modelli di adulti credibili e se anche lei un giorno vorrà essere così.

Ora, mentre Francesca palleggia contro il muro di camera sua, un’ultima cosa: ma secondo voi qualcuno della società sportiva ha chiesto a Francesca e alle altre ragazze come stanno?