La transizione energetica non è più una priorità. Esageriamo? No. E forse ne dovremmo parlare di più. Perché è questa la sensazione generale. Come se fossimo al termine di una stagione di moda tanto nobile quanto costosa. Il percorso della decarbonizzazione sarà più lento, ma non invertirà la propria direzione come da
vulgata sovranista. Persino negli Stati Uniti del negazionismo trumpiano le logiche di mercato legate all’investimento in fonti pulite non vengono sovvertite. Alcuni investimenti sono vantaggiosi e, dunque, si portano avanti. Purtroppo nell’Unione europea tende a passare il messaggio semplicistico che la transizione porta con sé la deindustrializzazione del continente. 

Negli eccessi burocratici e nelle spinte ideologiche certamente sì. Ma è anche vero che apre nuovi mercati, nuove opportunità. Non tutto si può elettrificare e ci sono attività nelle quali le fonti fossili sono attualmente insostituibili (vedi le acciaierie). L’industria automobilistica europea sta perdendo la sfida con i cinesi non perché abbia accelerato nella transizione ma per essere rimasta tragicamente in mezzo. Non si torna indietro. 



















































Una riflessione sulla battaglia che è anche civica, della sostenibilità, è offerta dal compleanno dell’ASviS. L’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile è nata il 3 febbraio del 2016 su iniziativa della fondazione Unipolis e dell’Università di Roma Tor Vergata e grazie all’impegno di Enrico Giovannini. Ormai costituisce una rete capillare di più di 300 organizzazioni. Ha fatto conoscere e promosso in Italia i 17 obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale dell’Agenda 2030 dell’Onu. Contribuito alla modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione affinché l’ambiente venga tutelato anche «nell’interesse delle future generazioni». Monitorato ogni anno progressi e rallentamenti.
Incoraggiato il nostro nostro Paese a essere più consapevole delle tante opportunità che si aprono nell’industria e nei servizi legati alla sostenibilità come, per esempio, nell’economia circolare, nel trattamento dei rifiuti e nel riuso. 

C’è un made in Italy della sostenibilità che sorprende per fantasia e innovazione, al quale non fa e non farà difetto la domanda. E non crea solo reddito e posti di lavoro ma anche senso di cittadinanza, senza il quale la transizione è semplicemente velleitaria se non impossibile.

3 febbraio 2026