di
Giuseppe Guastella

L’inchiesta sui «safari umani» durante la guerra in Jugoslavia: tra il 1992 ed il 1995, alcuni individui si sarebbero «divertiti» a fare i cecchini sparando anche su donne, anziani e bambini nelle postazioni Serbo-Bosniache

«Ho fatto la caccia all’uomo», lo hanno sentito dire a San Vito al Tagliamento vantandosi senza alcuna vergogna di aver ucciso vigliaccamente tirando al bersaglio sui civili inermi di Sarajevo. È un ex metalmeccanico ed autotrasportatore veneto di 80 anni di estrema destra il primo indagato nell’inchiesta aperta a Milano sugli italiani che, tra il 1992 ed il 1995, si sarebbero «divertiti» a fare i cecchini sparando anche su donne, anziani e bambini comodamente protetti nelle postazioni Serbo-Bosniache.

L’uomo è accusato dal pm Alessandro Gobbis di omicidio volontario continuato, aggravato dai motivi abbietti. Ha un passato turbolento, si dichiara fascista, veste la camicia nera ed è un cultore della forma fisica a dispetto dell’età avanzata ed ha sempre avuto la passione per le armi, tanto è vero che nella sua abitazione i carabinieri del Ros hanno sequestrato, durante una perquisizione, due pistole, quattro fucili ed una carabina. Assistito da un avvocato, sarà interrogato lunedì prossimo dal pm Gobbis che gli chiederà di dimostrare che i viaggi frequenti che ha fatto negli anni della guerra nell’ex ex Jugoslavia erano solo per lavoro e non, come ha detto pubblicamente in paese, anche per andare ad ammazzare nei «safari umani».



















































A far scattare nei mesi scorsi l’indagine della Procura diretta da Marcello Viola è stato un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, il secondo storico giudice milanese in pensione che per molti anni ha lavorato sulle trame del terrorismo nero negli anni di piombo e sui servizi segreti deviati. Gavazzeni ha riferito che un ex agente del servizio segreto bosniaco, Edin Subasic, aveva rivelato che, all’epoca della guerra, gli 007 del suo paese avevano dato ai colleghi del Sismi italiano informazioni su tiratori che da Trieste raggiungevano l’ex Jugoslavia per fare i «cecchini del weekend» e che lo stesso Sismi aveva interrotto questi ignobili viaggi identificando gli assassini.

Per raccogliere elementi utili all’inchiesta, il pm Gobbis, oltre a verificare se negli archivi dell’ Aisi (l’ex Sismi) ci sono tracce di queste informazioni, ha attivato anche le procedure giudiziarie internazionali, come quella che coinvolge la Procura del Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, organismo del Consiglio di sicurezza dell’Onu che si occupa anche delle vicende giudiziarie ancora legate alla guerra nell’ex Jugoslavia.
È stata la testimonianza di una donna, arrivata ad una tv locale veneta dopo le prime rivelazioni sul turismo della morte negli anni Novanta, a convogliare sull’80enne di San Vito al Tagliamento l’attenzione degli inquirenti che stanno lavorando almeno su un altro nome. Agli atti, ci sono anche le denunce dell’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karic, e la testimonianza di un prigioniero serbo catturato dai bosniaci su italiani che arrivavano da Milano, Torino e Trieste.


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5 febbraio 2026 ( modifica il 5 febbraio 2026 | 07:42)