Amore e luce. Due parole nude, senza congiunzione. Due valori che non generano profitto e per questo non entrano mai nell’agenda dei governi. “Amuri Luci” sceglie la bellezza. Carmen Consoli lo racconta con la sua lingua più autentica. Il nuovo album, in uscita oggi, è il primo capitolo di una trilogia delle sue anime: le radici mediterranee, il rock e il cantautorato.



La cantantessa affonda qui nelle lingue e nei miti della sua Sicilia, mescolando siciliano, arabo, latino e greco. «Non è nostalgia né folclore: è memoria viva», dice visibilmente emozionata. Ogni brano è una storia: da “Amuri Luci”, che diventa un omaggio a Giovanni Impastato, «che per tutta la vita ha portato avanti le battaglie del fratello Peppino», a “Unni t’ha fattu ’a stati”, «canzone di non amore» rivolta agli opportunisti: «No no, non fanno per me». C’è “Comu veni, veni”, che mette alla berlina «chi deve dire la sua su tutto», ricordando l’antico proverbio siciliano: «Parlare senza pensare è come sparare senza guardare». C’è la storia con la S maiuscola.



La Terra di Hamdis”, con Mahmood, rievoca il poeta arabo costretto all’esilio nell’XI secolo e lo intreccia al dramma delle migrazioni di oggi: «La sua storia si ripete tra guerre, sopraffazioni e profughi costretti a lasciare la loro terra». In “Mamma tedesca” Consoli canta i versi di Ignazio Buttitta, il ragazzo spedito al fronte nella Grande Guerra che per tutta la vita non smise di immaginare il dolore della madre del soldato che aveva ucciso: «Aveva ragione Gino Strada — dice — l’umanità dovrebbe avere un obiettivo comune: abolire la guerra così come abbiamo abolito la schiavitù, così come debelliamo le malattie». In “Parru cu tia”, con Lorenzo Jovanotti, le parole di Buttitta diventano «un inno contro l’indifferenza, perché chi tace di fronte al sopruso ne è complice». In “Nimici di l’arma mia” trova voce Graziosa Casella, poetessa catanese del Novecento, che canta l’amore dal punto di vista femminile in una società che non perdonava. In “Qual sete voi” la voce di Nina da Messina, “eroina emancipata” che ribalta una cultura maschilista in cui l’uomo era il pesce grande che divora il pesce piccolo. In “Bonsai #3” e “Galáteia” cita Ovidio e Teocrito, rovesciando il mito del mostruoso Polifemo. Il suono mescola antico e moderno: il friscalettu accanto a chitarre e batterie. E c’è l’impegno civile. Alla Triennale di Milano la cantautrice ha rilanciato l’appello di Elisa per Gaza: «Partirei con la mia barca, ci metterei tempo ma lo farei.

Sbrigatevi, perché la gente muore». Poi un pensiero alla politica italiana: «Non capisco perché la sinistra non riesca a unirsi su ciò che ha in comune. Sembra un derby calcistico, non un dibattito. È un film dell’orrore dove si dice tutto e il contrario di tutto solo per consenso». E infine il ritorno alla musica: «“Amuri Luci” è solo l’inizio: un viaggio in tre tappe, e questa è la prima».


Ultimo aggiornamento: venerdì 3 ottobre 2025, 08:13





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