«Prima di conoscerla avevo grossi problemi. Venivo dal punk: suonavo in una band, i Cafè Caracas. Poi nel 1984 arrivò la svolta dance con Self Control. Quel successo improvviso mi travolse. Nel testo non lo dico, ma mi rifugiai nelle sostanze stupefacenti. Fu lei a salvarmi», racconta Raf.
La protagonista del racconto è la moglie Gabriella Labate, ex ballerina, conosciuta nel 1987 a Sant Vincent durante le prove di uno spettacolo e mai più lasciata. Dalla loro unione sono nati due figli: Bianca, 30 anni, e Samuele, 26. E proprio insieme a quest’ultimo, lanciatissimo rapper (con lo pseudonimo D’Art), che Raf ha scritto Ora e per sempre, la canzone a lei dedicata che il 66enne cantautore pugliese presenterà dal 24 al 28 febbraio in gara al Festival di Sanremo 2026.
In che modo la salvò?
«Intorno a me, dopo l’exploit delle prime hit, cambiò tutto. Come canto nella canzone, mi sentivo un alieno: me ne stavo in disparte. Cercavo un benessere artificiale, momentaneo, nelle sostanze. In quegli anni se facevi musica le droghe giravano: quantomeno le provavi».
Che tipo di droghe?
«Di qualsiasi tipo. Per fortuna non sono mai diventato dipendente, un drogato di fatto. Ma non era un bel momento. Gabriella mi prese per mano e mi portò verso la via d’uscita: ha fatto il lavoro di uno psicanalista, senza neanche saperlo».
Quando le ha fatto ascoltare la canzone come ha reagito, anche alla luce della malattia con la quale ha dovuto combattere negli ultimi anni e che l’ha costretta a cure intensive e a una delicata operazione?
«È scoppiata in lacrime: non lo aveva mai fatto prima. Peraltro il titolo cita la promessa di matrimonio che le feci quando la sposai nel 1996 a Cuba. Stavo pensando al testo del brano quando da un cassetto è spuntato un biglietto ritagliato da un vecchio quaderno con le pagine ingiallite: era la promessa scritta a macchina dal prete, in spagnolo, che si chiudeva con la formula “finché morte non ci separi”. Io la trovai un po’ malinconica, quindi la cancellai e la cambiai scrivendo con la matita: “Ahora y para siempre”, “Ora e per sempre”».
Suo figlio D’Art l’anno scorso fece un provino per “Amici”. Ma lei non era contrario ai talent?
«L’ho sempre lasciato libero di scegliere. Quando mi ha detto che voleva seguire le mie orme gli ho parlato in tranquillità, invitandolo a valutare gli aspetti positivi e negativi di questo mestiere, senza mai vietargli di fare le sue esperienze. Ad Amici, comunque, era stato chiamato. Per entrare avrebbe dovuto rinunciare agli studi: è stato lui a scegliere di non andare».
L’ultima volta a Sanremo, nel 2015, non andò bene. Finì in ospedale a causa di una bronchite e con “Come una favola” fu eliminato prima della finale. Ricorda quale fu il momento più buio?
«Quando mi annunciarono la mia eliminazione. Non me l’aspettavo. Ero a cena con Gabriella e il mio discografico di allora. Arrivò la cuoca in sala: “Ti hanno eliminato”. Mi rimase il boccone in gola. Quell’anno Carlo Conti e gli autori erano presi dal seguire la scia dei talent, con le eliminazioni: l’intrattenimento doveva prevalere su tutto. Fortunatamente oggi Sanremo è diventata un’altra cosa».
Nella serata delle cover canterà “The Riddle” di Nik Kershav con i The Kolors: qualcosa degli Anni ’80, alla fine, è rimasto?
«Sì. I Kolors sono una band teletrasportata dagli Anni ’80 ai tempi nostri. Mi rivedo nelle loro hit».
“Ti pretendo, è inutile che dici di no, sei l’unico diritto che ho”: ma una canzone come “Ti pretendo” oggi potrebbe riscriverla o il politically correct la bannerebbe?
«Credo che oggi ci sia un eccesso di politicamente corretto. Sui social qualcuno mi ha anche scritto per chiedermi di cambiare il testo. Non ci penso: parlava di un gioco amoroso, non di violenza».
In caso di vittoria torna all’Eurovision, al quale partecipò nel 1987 o boicotta per la presenza di Israele?
«Non ci vado a prescindere dalle ragioni politiche: è kitsch. Non c’entro con quel contesto».
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