Anselm Kiefer ha abituato Milano alla monumentalità. Il primo grande intervento del celebre artista tedesco risale al 2004, quando concepì la grande installazione I Sette Palazzi Celesti, che oggi campeggia negli spazi del Pirelli Hangar Bicocca. Si tratta di sette torri di imponenza ieratica, composte da moduli di cemento armato sovrapposti ed elementi in piombo, che condensano nel loro precario equilibrio le tematiche centrali della poetica di Kiefer: la rovina come memoria ontologica dell’essere; la distruzione come possibilità di rigenerazione; e la storia non come archivio chiuso del passato, ma come organismo vivo che continua a interrogare il presente. Dopo questo intervento, Anselm Kiefer non ha mai smesso di dialogare con Hangar Bicocca. Così, nel 2015, ha realizzato cinque grandi opere pittoriche, riunite nel ciclo dei dipinti monumentali. Anche questi lavori, di scala imponente, condensano nelle cromie e nella densità materica una forte tensione simbolica, insieme a una riflessione sulla stratificazione del tempo e sulle sue ferite. Questo dialogo tra la sua arte e Milano si rinnova oggi a Palazzo Reale, che dal 7 febbraio al 27 settembre accoglie una nuova e ampia esposizione dell’artista. Qui lo spazio istituzionale e la nuova narrazione dell’artista si co-costruiscono, influenzandosi reciprocamente e ridefinendo il senso stesso dell’esposizione.
Anselm Kiefer, Le alchimiste, installation view, Palazzo Reale
Le Sale delle Cariatidi, luogo suggestivo caratterizzato da colonne sorrette da figure femminili e segnato dalle devastazioni di un incendio divampato durante la Seconda Guerra Mondiale, diventano il palcoscenico ideale per la mostra dal titolo Le alchimiste. Il percorso espositivo, composto da quarantadue teleri su ruote, disposti come un grande leporello, induce lo spettatore a confrontarsi con trentotto rappresentazioni femminili. Queste figure, definite con il peculiare stile pittorico di Kiefer, rappresentano sia donne realmente esistite che figure mitologiche, costruendo una vera e propria iconologia femminile composta da archetipi di sapienza, sperimentazione e cultura. Pur essendo state a lungo e ingiustamente dimenticate, qui riemergono come autentiche testimonianze di una conoscenza antica. Per comprendere la ricchezza di questo Pantheon femminile, è utile considerare il loro legame con l’alchimia, disciplina che nasce dall’intreccio di tradizioni egizie, greche e gnostiche. A partire dall’VIII secolo, l’alchimia si sviluppò come un sapere complesso, capace di coniugare i primi tentativi di indagine scientifica con una profonda dimensione esoterica e simbolica. L’obiettivo principale era ottenere, attraverso processi di purificazione della materia, la pietra filosofale: sostanza capace di trasformare i metalli comuni in oro e argento, guarire il corpo e ricondurre alla quintessenza della natura.
Anselm Kiefer, Le alchimiste, Installation view, Palazzo Reale
In questo senso, magia, erboristeria, scienza e chimica non erano semplici pratiche tecniche, ma strumenti votati al mutamento della coscienza e all’elevazione spirituale, aprendo talvolta involontariamente la strada a nuove scoperte scientifiche. Tra le figure più emblematiche di questa serie di rappresentazioni spicca Caterina Sforza, nobildonna italiana del Rinascimento, figlia di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, nata nel 1463. Grande condottiera sin dalla giovane età, si distinse per coraggio e abilità nelle strategie militari; fu anche studiosa, alchimista, erborista e fautrice di pratiche curative. Di uguale caratura compare un’altra figura di grande importanza storica, Isabella d’Aragona, duchessa di Bari, famosa per il suo temperamento deciso e per gli interessi culturali e medici. Si pensa sia lei ritratta nel celebre capolavoro di Leonardo da Vinci, La Monna Lisa ma fu sicuramente lei a trasformare Bari in un fervente centro culturale sulle coste dell’Adriatico. In questo sublime gineceo compaiono anche figure lontane, provenienti da un passato remoto, come Maria la Giudea, nota anche come Maria Prophetissima o Maria d’Alessandria. Filosofa e alchimista vissuta nei territori dell’Impero romano, la tradizione le attribuisce l’invenzione di diversi strumenti chimici e un ruolo fondativo nella storia dell’alchimia occidentale.
Anselm Kiefer, Le alchimiste, installation view, Palazzo Reale
Nella mostra Le alchimiste, la trasformazione non è solo un tema legato alle figure evocate, ma prende forma direttamente nell’opera. I fondi in foglia oro, il princisbecco, le superfici ossidate, le pennellate scure e le stratificazioni di fiori secchi e altri elementi naturali creano una materia viva e in continuo divenire. Da questa sostanza emergono volti e corpi, esili o possenti, nudi o modellati in pose di ascendenza neoclassica, talvolta avvolti in panneggi o intenti a sostenere il globo. La pittura di Kiefer diventa così un processo in atto: la materia si trasforma davanti allo sguardo, riflettendo simbolicamente quei procedimenti alchemici richiamati dalle figure rappresentate. Questo ciclo di opere prosegue l’intenzione di Anselm Kiefer di celebrare le donne come simboli di forza, memoria storica e grandezza intellettuale. Una tensione che attraversa da tempo la sua ricerca e che emerge con evidenza in diversi cicli dedicati a figure femminili. Lo ha fatto, ad esempio, nelle serie consacrante le donne di Francia, le donne delle macerie, le madri cosmiche, così come in Margarete e Sulamith, donne ispirate dalla poesia di Paul Celan: la prima emblema della cultura tedesca, la seconda memoria tragica della Shoah. In queste opere il femminile diventa spazio simbolico in cui si intrecciano identità, storia e destino collettivo. Come afferma lo stesso Kiefer: «Per tanto tempo si è persa la memoria di queste donne… e una cosa molto più importante: hanno fatto tutto ciò che facevano gli uomini del loro tempo, forse anche meglio».


