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Mentre continuano le speculazioni sulla sorte di Khamenei, cresce come previsto da mesi in Iran il potere del capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani: è diventato una delle persone più importanti del regime dopo la Guida Suprema, di cui è un fedele alleato, e il suo potere è superiore anche a quello del presidente Masoud Pezeshkian (che comunque non ne aveva mai avuto molto), anche il figlio di Khamenei, 58enne non sarebbe mai stato preso in considerazione, in caso di uccisione della Guida Suprema.


APPROFONDIMENTI

Il potere

La centralità di Larijani – riporta il Post – è stata ricostruita da un’inchiesta del New York Times basata su interviste con funzionari, militari e diplomatici iraniani. «È funzionale ai preparativi del regime per farsi trovare pronto a un possibile attacco statunitense, considerato imminente, a livello non solo militare ma anche politico». Un punto fondamentale sta nell’assicurare che un qualche sistema di comando rimanga in piedi durante e dopo l’eventuale attacco. In questo il regime sostiene di avere imparato dalla guerra dell’estate scorsa contro Israele e gli Stati Uniti, quando la sua leadership militare fu decimata rapidamente e Khamenei sparì, nascondendosi per giorni.

Larijani è un pezzo importante di questa strategia: è uno dei possibili sostituti di Khamenei alla leadership, almeno temporaneamente, ma non nel ruolo di Guida Suprema (la massima autorità religiosa e politica del paese) dato che non fa parte del clero sciita. Tra le altre cose, è anche molto più giovane: ha 67 anni rispetto ai quasi 87 di Khamenei. Lo scorso agosto Larijani è stato nominato capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, l’organo che coordina ogni risposta alle crisi di sicurezza interna ed esterna. Da quel momento sono aumentate sia le sue responsabilità sia la sua visibilità, tanto che il New York Times ha scritto che Larijani sta «praticamente governando il paese». Khamenei si fida di lui, e per questo gli sta affidando tante responsabilità in un momento estremamente delicato.

Chi è Ali Larijani

Larijani è un ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, il più potente e capillare corpo militare iraniano. È stato lui a gestire la repressione brutale e senza precedenti delle grandi proteste dello scorso gennaio, perpetrata dai Guardiani e dalle altre forze di sicurezza. Di fatto è il responsabile dell’apparato repressivo iraniano, che è pronto a tornare ai massimi livelli di funzionalità, cioè di violenza, in caso di attacco o contro le proteste appena riprese. Oltre alla rilevanza militare, Larijani ha accresciuto quella politica.

Prima del nuovo incarico aveva già incontrato gli alleati regionali dell’Iran come il dittatore siriano Bashar al Assad, poco prima della sua caduta nel dicembre 2024, o la leadership di Hezbollah in Libano. A fine gennaio è stato mandato a incontrare il presidente russo Vladimir Putin e nelle ultime settimane i leader di altri paesi mediorientali, come Qatar e Oman, mentre sono in corso i negoziati con gli Stati Uniti, finora infruttuosi.

La visibilità ottenuta da Larijani sui media, anzitutto di stato, ha eclissato quella del presidente Pezeshkian, scrive ancora il Post, che a differenza sua proviene dai riformisti, cioè dalla formazione più progressista dell’arco politico iraniano. Sono state spesso le lunghe interviste di Larijani a comunicare pubblicamente la posizione del regime. In una delle ultime, con Al Jazeera, Larijani ha sostenuto sia che il regime è pronto alla guerra, sia che è disposto a sottoporsi di nuovo ai controlli della Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia nucleare (AIEA) al suo programma nucleare, che aveva interrotto. Lo smantellamento del programma nucleare iraniano è una delle richieste principali degli Stati Uniti nei negoziati in corso.

Ci sono altre evidenze della subalternità del presidente e dell’autorità di Larijani. Per esempio Pezeshkian si è rivolto a lui quando ha chiesto di rimuovere il blocco di internet e del segnale telefonico imposto durante le proteste (da quando sono finite è stato allentato, ma è rimasto per i social). Oppure quando, a gennaio, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiamato Pezeshkian per chiedergli l’autorizzazione per parlare con l’inviato statunitense Steve Witkoff, ma Pezeshkian gli ha detto di rivolgersi a Larijani. 

Larijani proviene da una famiglia importante e influente in Iran, con consolidati legami con il clero sciita: suo fratello, Sadiq Larijani, è stato a lungo capo del sistema giudiziario. Nel tempo Khamenei ha iniziato a fidarsi molto di lui e a chiedergli consiglio. Larijani è stato capo della Tv iraniana negli anni 90, negoziatore sul nucleare nella telenovela infinita che oppone Teheran all’Occidente. Prima era già stato capo del Consiglio di sicurezza nazionale dal 2005 al 2007, e presidente del parlamento iraniano dal 2008 al 2020. Era stato il candidato della fazione più conservatrice del regime alle presidenziali del 2005. Aveva provato a ricandidarsi a quelle del 2021 e del 2024, dopo avere in parte moderato le sue posizioni: entrambe le volte non era stato ammesso, cosa sorprendente vista la sua vicinanza al potere, che lui aveva attribuito al fatto che sua figlia vive negli Stati Uniti.

Al di là di Larijani, il New York Times ha scritto che per prepararsi all’eventuale attacco statunitense e alle sue conseguenze Khamenei ha già previsto quattro livelli di successione nei ranghi militari e del governo di cui gli spetta la nomina, e ha chiesto agli esponenti apicali del regime di individuare fino a quattro possibili sostituiti ciascuno. L’obiettivo è poter prendere decisioni anche se le comunicazioni con Khamenei venissero interrotte, o se lui venisse ucciso. Oltre a questi preparativi, più politici e istituzionali, il regime ne ha messi in campo di militari, rafforzando le difese e organizzando esercitazioni. Ha spostato missili balistici verso il confine con l’Iraq, dunque più vicino a Israele e alle basi militari statunitensi che sarebbero i più probabili obiettivi in caso di ritorsioni. Nelle scorse settimane lo spazio aereo iraniano è stato chiuso più volte per testare i missili e i sistemi antiaerei, gravemente danneggiati nella guerra dell’estate scorsa.

Quanto ai negoziati con gli Stati Uniti il sito Axios, solitamente ben informato, ha scritto che l’amministrazione di Donald Trump è disposta a partecipare a nuovi incontri tra giovedì e venerdì in Svizzera, purché riceva dall’Iran una nuova proposta di accordo entro martedì. Intanto, Trump ha fatto capire che considera un attacco limitato un’ipotesi per mettere pressione sui negoziati, prima di un ulteriore attacco su larga scala qualora l’Iran non accogliesse le sue richieste: smantellare il programma nucleare ed eliminare le scorte di uranio arricchito (necessarie per produrre la bomba atomica, anche se l’Iran ha sempre negato di avere questa intenzione); ridurre la quantità e la gittata dei missili balistici; porre fine al sostegno economico e militare che l’Iran offre alle milizie alleate in altri paesi del Medio Oriente. A febbraio dopo le continue minacce da parte dell’amministrazione statunitense, la Guida suprema aveva nominato il suo successore, il fedelissimo generale, ex comandante delle Guardie rivoluzionarie e politico veterano, Ali Larijani a capo degli affari di Stato compresa la pianificazione bellica in caso di attacco. Ma Larijani è un militare e non un alto esponente del clero sciita e la partita a Guida Suprema del Paese è ancora aperta.

Le allenaze

Citando interviste con alti funzionari iraniani, membri delle Guardie rivoluzionarie ed ex diplomatici, il New York Times riporta che Larijani ha da allora supervisionato la repressione delle proteste, gestito una delicata diplomazia nucleare con Washington e coordinato con alleati tra cui Russia, Qatar e Oman. Paesi del Golfo tutti, contro un attacco statunitense. Secondo quanto riferito, Khamenei avrebbe nominato diversi livelli di successori per le principali cariche militari e politiche e delegato l’autorità decisionale a una cerchia ristretta nel caso in cui le comunicazioni venissero interrotte o lui venisse assassinato.

Dieci giorni fa, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, ha annunciato che «per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, consentiremo all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) di ispezionare i nostri siti nucleari, anche quelli situati nel sottosuolo e sulle montagne. Le ispezioni possono essere condotte mensilmente o addirittura quotidianamente, in modo che gli ispettori possano identificare qualsiasi attività sospetta». Altro discorso Larijani ha fatto per i missili, in una intervista ad al-Jazeera: «La questione missilistica riguarda la sicurezza nazionale dell’Iran e non negozieremo su questo». 


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