di
Davide Stoppini
Succede di tutto nello scontro diretto per la Champions League: i giallorossi vanno avanti 3-1, nel finale i bianconeri trovano il pari
ROMA Sa di Juventus, questo 3-3. Perché cura le ferite, è una pomata che allevia il dolore e scaccia l’incubo di aver buttato tutto in un mese, pure la qualificazione Champions dopo la Coppa Italia e l’Europa. E invece Luciano Spalletti s’è aggrappato con le unghie alla mossa più disperata, apparentemente innocua e invece decisiva: visto che un centravanti vero non ce l’ha, dentro Gatti a un minuto dalla fine e via così, a sperare nella zampata che puntualmente è arrivata. La Juve resta così a meno quattro dalla Roma quarta in classifica. Scivola al sesto posto, perché nel frattempo tra i due litiganti s’è infilato il Como. Ma alla fine a cantare erano solo i tifosi bianconeri e non a caso. Perché la Roma ha gettato al vento un’occasione grande così, non riuscendo a gestire il doppio vantaggio e incassando per la prima volta in campionato tre reti. Un vantaggio che la squadra di Gasperini s’era costruita con merito, fino a quando ha avuto le forze per tenere i ritmi alti. Ma le partite durano 90 minuti. Gasp in panchina poco poteva pescare – Dybala c’era solo per far numero -, Spalletti invece s’è voltato e ha buttato dentro prima Boga e poi Gatti appunto, ovvero le due firme della rimonta.
Del resto, va sempre così. Come un rito voodoo: Spalletti lasciò la Roma nel 2017 e non fu certo un addio dolce. Ma da quel giorno, ogni volta che affronta la sua ex squadra ride solo lui. Decima partita da imbattuto, mai la Roma è riuscita a sconfiggerlo. Ieri è andata vicina al bersaglio. Ma vicino conta poco: mai uno scontro diretto vinto da Gasperini, terzo pareggio del 2026 dopo quelli con Milan e Napoli. Questo, al termine di una serata che è stata una meraviglia per gli occhi. Per i ritmi di gioco, innanzitutto: non è sembrata mai una sfida di serie A, frequenze altissime, al sapore d’Europa o di Premier League, fate voi. E poi, certo, per la partita a scacchi messa in piedi dai due allenatori, mosse e contromosse che pareva di intravedere Fischer e Spassky a Reykjavik. La Juve s’è vestita con la difesa a quattro, ma Spalletti ha cucito addosso a McKennie una posizione molto particolare, già vista contro il Napoli: in fase di possesso palla trequartista dietro David, in fase difensiva esterno destro tutta fascia a comporre una linea a cinque davanti a Perin. Gasperini, abituato all’uno contro uno, non s’è fatto attirare.
E ha alzato Cristante sulla linea dei trequartisti, mossa già vista contro la Cremonese, lasciando a Pisilli il ruolo di centrale vicino a Koné. Un frullatore poco leggibile e al contrario molto godibile, dentro il quale la Roma nel primo tempo ha pescato il jolly con Wesley, un tiro a giro sul palo lontano che fa sempre effetto, di fronte alla Juventus e al Del Piero che fu.
Il pareggio di Conceiçao a inizio ripresa era stato un’illusione per Spalletti, perché Gasp con Ndicka su angolo e con un gran gol di Malen su passaggio illuminante di Koné si è poi preso il doppio vantaggio. Il più era fatto. E invece no. Il 2-3 di Boga è arrivato all’improvviso e ha tagliato le gambe alla Roma, a quel punto incapace o quasi di ripartire. E Gatti, dopo quello inutile al Galatasaray, stavolta ha tirato fuori un gol pesante. «Siamo stati passivi sul terzo gol ed è un peccato. Se fossimo andati a +7 sulla Juventus sarebbe stato un grande passo in avanti, ma questo risultato non ci deve abbattere», ha commentato Gasperini. Spalletti è decisamente più sollevato: «La reazione mi fa felice. Dopo l’eliminazione col Galatasaray e dopo tutto questo periodo c’era grande dispiacere, invece ci abbiamo creduto. È un bel segnale che mandiamo. Io e la squadra viviamo per il quarto posto».
1 marzo 2026 ( modifica il 1 marzo 2026 | 23:23)
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