Ci sono almeno tre cose che ci dice il video di Madonna in mutande che canta “La bambola” per Dolce e Gabbana, e sono tre cose che, quando avevo dodici anni e la vidi per la prima volta in pizzi bianchi, non avrei mai potuto immaginare.

La prima questione attiene a un concetto che a dodici anni è inimmaginabile: l’invecchiamento. Ognuno pensa che avrà per sempre l’età che ha, e che quella che ha sia un’età compiuta: non sai che non capisci ancora niente del mondo a dodici anni, ma non lo sai neppure a trentadue. A questo si aggiunge un dettaglio: tutti hanno per sempre gli anni che avevano la prima volta in cui li hai visti.

Tutte le lamentele sui pranzi di Natale sono, senza che chi si lamenta se ne accorga mai, lamentele che riguardano l’avere a che fare con persone che ti hanno tenuto in braccio a due anni, e per cui quindi avrai sempre due anni. La famiglia è un covo di frustrazioni, se non tieni conto del dettaglio del congelamento dell’età.

Quindi Madonna per me sarà sempre la ventiseienne in gondola vestita da sposa del video di “Like a virgin”. Non può invecchiare, e lei lo sa. Non può invecchiare, e questa è la sua condanna. La sua, ma anche la nostra.

Un paio di settimane fa era il compleanno di Cindy Crawford. Ho scritto per F un pezzo sui suoi sessant’anni che era, tanto per cambiare, un pezzo sui miei sì e no diciannove. Quando, a settembre del 1991, Dolce e Gabbana la fecero sfilare, lei e le altre modelle di quella pazzeschissima primavera estate del 1992, in guêpière. In mutande, come Madonna adesso. Ma in mutande che diventavano vestiti.

Di solito a questo punto arriva qualcuno che ci tiene a farci sapere che conosce la storia della moda e a dirci che anche la maglietta di Marlon Brando era un capo intimo e poi è diventata portabile a vista, funziona così. Solo che non funziona così, non so se perché da “Un tram che si chiama desiderio” sono passati più anni e abbiamo avuto tempo di ammortizzare lo shock o perché siamo una società patriarcale che alle donne impone che la biancheria resti tale. Fatto sta che la me diciannovenne che se ne va in giro in guêpière sembra una pazza furiosa.

Madonna no. Perché quello è un videoclip, certo. Perché è Madonna, certo. Però è straordinario – nel senso di: fuori dall’ordinarietà come l’abbiamo conosciuta fino a questo secolo – che se una ventenne di oggi vede Madonna in mutande e pensa di potersi conciare così non è, come successe a noi vedendo sfilare Cindy e le altre, perché così si era conciata una modella sua coetanea ma strafiga.

Madonna ha 67 anni. L’età alla quale mia nonna metteva la dentiera nel bicchiere. L’età alla quale morì mio padre. È più in forma di me, e non ci vuole molto, ma è anche più in forma di certe quarantenni che si sbattono tra diete e pilates inseguendo l’eterna giovinezza, che poi è eterna scopabilità.

E qui arriviamo alla seconda questione: siamo sicure? Nella stessa settimana in cui da Dolce e Gabbana c’era Madonna, da Gucci c’era Demi Moore e da Fendi Monica Bellucci. Girano molto sui social i due video affiancati. La tesi è che la magrezza tesa di Demi Moore, 63 anni, e lo splendore rilassato della Bellucci, 61, dimostrerebbero due modi di essere. Le americane competitive e isteriche e le europee rilassate e naturalmente belle.

Ecco, io non so da dove cominciare a dire quanto sia ubriaca quest’analisi, e quindi comincerò da: non esiste la bellezza naturale. Esiste una predisposizione genetica a vent’anni, ma a sessanta la bellezza è tigna, è applicazione, è sbattimento. Lo stesso sbattimento che ci vuole per tutto: quanto avrà studiato, Madonna, per pronunciare l’italiano, cantando, meglio del concorrente di Sanremo medio?

Ma soprattutto: sia Demi Moore sia Monica Bellucci sono due fighe stratosferiche. Ma non: per avere sessanta e rotti anni. Proprio: in assoluto. D’altra parte non mi viene in mente modella o attrice ventiequalcosenne che sia più bella di Sharon Stone, che la settimana prossima ne compie 68. Epperò – non lo dico per le divine ultrasessantenni fin qui citate, che si sono sbattute per una vita per reggere sul lungo periodo, e non lo dico neanche per me che me ne sbatto d’essere fotogenica: lo dico per tutte le mie amiche che impiegano una quantità assurda di tempo e di concentrazione e di energie per entrare nei jeans di quand’avevano trent’anni – siamo sicure? Siamo sicure che questa cosa della seduttività fino alla tomba non sia una fregatura?

A 64 anni Nora Ephron pubblicò un saggio breve su quella tragedia femminile che è la manutenzione. Ricopio quel che ne scrissi qualche anno fa in un libro, perché ho 53 anni e nessuna intenzione di perdere tempo a trovare nuove formulazioni di concetti che avevo già articolato.

«Ephron era una donna dall’aspetto ordinario che raccontava che lavoro usurante fosse, dopo una certa età, conservare un aspetto ordinario: mica cominciare a somigliare a Sophia Loren, solo non farsi scambiare per la mendicante all’angolo. “In un anno, dedicherò ottanta ore solo ad avere i capelli puliti e in piega. Sono due settimane lavorative. Non c’è modo di sapere cosa potrei fare con tutto quel tempo. Potrei leggere dei buoni libri. Certo che i buoni libri potrei leggerli mentre mi fanno la piega ai capelli – ma non lo faccio. Me lo riprometto sempre, mi porto sempre un libro quando vado dal parrucchiere, ma finisco invece a leggere le riviste di moda che ci sono lì, perlopiù concentrandomi sugli articoli che parlano di chirurgia plastica. Una volta, mentre mi pettinavano, ho sfogliato Vogue, ed è finito per costarmi ventimila dollari. Ma dovreste vedere che denti”».

E qui veniamo alla terza questione. Una persona che era seduta dietro Madonna alla sfilata di Dolce e Gabbana mi ha fatto vedere il video degli stilisti che vanno a salutarla alla fine, e il dettaglio che mi ha colpito è che di fianco a lei c’era Anna Wintour, che una volta sarebbe stata quella davanti alla quale andarsi a inginocchiare, e adesso è il relitto d’un totalitarismo dimenticato.

Ad aprile esce il seguito del “Diavolo veste Prada”, e io mi chiedevo se fossero impazziti: il romanzo è del 2003, il primo film è del 2006, era un altro mondo, i giornali esistevano, Meryl Streep che diceva che essere a Vogue (anzi: a Runway, come lo chiamano nel film) era il desiderio di tutte aveva un senso; adesso, le riviste patinate sembrano aristocratici che vivono in palazzi dai soffitti affrescati dei quali non si possono permettere il riscaldamento.

Poi ho letto un’intervista a Lauren Weisberger, l’inutile ex assistente della Wintour che ha avuto la grandiosa botta di culo che dal suo brutto romanzo abbiano tratto un film strepitoso, e ho scoperto il trucco della nuova storia. Il personaggio di Emily Blunt – la segretaria devota alla moda e al culto della direttrice e della rivista che si vede oscurata dalla figliola prodiga che vestiva d’acrilico – è diventata responsabile d’un marchio di lusso, della pubblicità del quale la rivista ha disperatamente bisogno per sopravvivere.

Quindi, riepilogando, negli ultimi trenta o quarant’anni molte cose sono rimaste uguali. Madonna è ancora più tonica e in forma di tutte noi. Dolce e Gabbana ci mandano ancora in giro in mutande. Noi normali dobbiamo ancora passare un sacco di tempo dal parrucchiere per risultare presentabili. L’unico cambiamento visibile anche ai ciechi è che i giornali hanno avuto la stessa parabola drammaturgica di “Lovely Sara”, che iniziava come bambina ricca reginetta del collegio, e si ritrovava orfana che viveva in soffitta e faceva le pulizie.