PORCIA (PORDENONE) – Provato e disorientato dopo una notte in carcere. All’indomani del fermo per l’omicidio dell’imprenditore pordenonese Mario Ruoso, l’87enne editore di Radiotelepordenone e proprietario del Garage Venezia di Porcia ucciso a sprangate in testa, Loriano Bedin scambia le prime parole con il suo legale di fiducia.
APPROFONDIMENTI
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L’incontro
Pochi minuti, il tempo per l’avvocato Giorgio Mazzucato del Foro di Padova di ufficializzare la nomina all’ufficio matricola del carcere e raccogliere alcune richieste da parte del 67enne originario di Annone Veneto. Prelevato alle 4 del mattino nella sua abitazione di Tiezzo (Pordenone), è stato portato in carcere al termine dell’interrogatorio in cui ha confessato il delitto. Al legale ha chiesto di poter aver alcuni beni di prima necessità, come un cambio o un paio di ciabatte. Oggi dovrebbe sostenere l’udienza di convalida del fermo, istanza che sta per essere depositata dal sostituto procuratore Federica Urban. L’imputazione provvisoria resta quella indicata dal procuratore Pietro Montrone: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla minorata difesa come può essere quella di un uomo di 87 anni.
La difesa
Bedin ha confessato, ha fatto ritrovare i vestiti sporchi di sangue buttati nel fiume a Prata e l’arma del delitto (un tubo di metallo lungo 71 centimetri con un diametro di circa cinque) gettata nel canale Brentella, nelle vicinanza del condominio in cui abitava la vittima. Ci sono filmati, con lui che imbraccia il tubo, a confermare il percorso seguito per raggiungere l’attico al settimo piano e tendere l’agguato a Ruoso, colpito di spalle alla testa. Non c’è nulla da poter contestare alla ricostruzione fatta dagli investigatori con la collaborazione di Bedin. Ed è infatti sul movente del delitto che si concentrerà, disponendo anche indagini difensive, l’avvocato Mazzucato. Comprendere perché Bedin dica «ero esasperato» è fondamentale in vista del processo e della possibilità di ottenere le attenuanti generiche.
Il movente
È sul rapporto controverso tra Ruoso e Bedin che la difesa dovrà scavare. Significa scandagliare una relazione di lavoro di oltre trent’anni nel settore delle televisioni locali, al centro della quale vi sono la liquidazione giudiziale di Radiotelepordenone Srl e l’oscuramento della storica Tpn. Bedin voleva salvare la tivù travolta dai debiti e da un passivo che adesso supera i due milioni di euro, di cui 924mila reclamati dall’Erario, 612mila dalle banche e 322mila dai fornitori. Ruoso pare gli avesse dato carta bianca: «Fai tu».
Bedin – descritto come un uomo mite, pronto a risolvere ogni problema – in questa difficile fase entra in contrasto con Ruoso. Viene indagato per un incendio doloso scoppiato al Garage Venezia nel luglio 2025, quando un fascicolo pieno di documenti viene bruciato all’interno di una Lamborghini. Le telecamere, anche quella volta, lo inquadrano davanti al salone d’auto subito prima e subito dopo il rogo. Lui ha sempre negato: «Ero lì perché dovevo controllare la mia macchina che si trovava nel Garage Venezia». Il 12 settembre viene dichiarato il crac di Radiotelepordenone. Da quel momento il rapporto si incrina ulteriormente. A novembre viene chiesto conto all’imprenditore di alcune operazioni aziendali datate marzo 2025, quando Bedin era amministratore unico. Ruoso reagisce presentando cinque denunce: «È tutto falso, non sapevo della nomina di Bedin ad amministratore, non sapevo della cessione del ramo d’azienda. Mi hanno rubato la firma digitale». Poco prima della denuncia a dicembre, Bedin racconta ad amici di aver incontrato Ruoso per caso al bar. Ci fu una discussione, ma nulla che potesse far pensare all’epilogo di mercoledì mattina. «Ho perso la testa», dirà Bedin al Pm per far comprendere quanto fosse esasperato.
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