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Sei miliardi di dollari. È il prezzo che hanno pagato gli Stati Uniti solo per la prima settimana di guerra in Iran: lo hanno dichiarato funzionari del Pentagono al Congresso. Quattro di questi sei miliardi sono stati spesi in munizioni e intercettori missilistici avanzati progettati per neutralizzare la minaccia missilistica iraniana. «L’elevata spesa riflette sia l’intensità che il costo tecnologico delle operazioni, con circa 4.000 obiettivi iraniani colpiti, tra cui lanciamissili, navi militari e difese aeree».


APPROFONDIMENTI

L’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), ha dichiarato che «i lanci di missili balistici iraniani sono diminuiti del 90% e gli attacchi con droni sono diminuiti dell’83% dal primo giorno di combattimenti. Ciononostante, l’Iran conserva un arsenale consistente, che comprende circa il 50% del suo programma missilistico, il che significa che sono necessari vigilanza e investimenti continui per mantenere i vantaggi operativi».

Le preoccupazioni

I legislatori si stanno preparando a una richiesta di bilancio supplementare per mantenere lo slancio e ricostituire le scorte esaurite.

I funzionari hanno evidenziato preoccupazioni per i costosi intercettori, alcuni del valore di milioni di dollari ciascuno, che si stanno consumando rapidamente. I critici sostengono che un consumo del genere potrebbe mettere a dura prova la base industriale della difesa statunitense e creare carenze in altri teatri strategici.

Il conflitto è iniziato con attacchi congiunti statunitensi e israeliani il 28 febbraio, che hanno causato la morte di oltre 1.200 persone, tra cui la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, oltre 150 studentesse e alti ufficiali militari. L’Iran ha reagito con attacchi con missili balistici e droni contro basi statunitensi, personale e città israeliane. Questi scambi hanno anche interrotto i flussi energetici globali, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno.


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