di
Guido Olimpio
Il mistero sulla sua sorte rimane: lui non compare
Ali Khamenei, finché ha potuto, è andato in pubblico. Poi è sceso in un bunker dove alla fine lo hanno scovato e ucciso. Hassan Nasrallah, segretario dell’Hezbollah, ha vissuto per anni in rifugi segreti affidando i suoi discorsi battaglieri ai video. Temeva di essere assassinato ed è ciò che accaduto sempre per mano di Israele. Ora c’è un terzo leader, Mojtaba Khamenei, la Guida nascosta dell’Iran in guerra e figlio di Ali.
Nessuno lo ha più visto, hanno raccontato — senza fornire prove — che sarebbe rimasto ferito in modo grave durante un raid aereo. Oppure che ha deciso di stare al coperto perché è consapevole di essere nel mirino. Ma il regime aveva bisogno urgente di dare un segnale di continuità e controllo, così ha diffuso un testo scritto attribuito al leader eletto e trasmesso dalla televisione. Non proprio una prova di vita, neppure un messaggio troppo rassicurante per smentire spifferi, illazioni, sospetti in un Paese sotto assedio, abituato agli intrighi politici, colpito da bombe vere e bordate di propaganda. Entrambe pesanti perché sconvolgono uno Stato già precario di suo.
La voce di Mojtaba nel suo primo appello ha indicato le linee strategiche rivolgendosi al popolo iraniano e ai nemici. Un modo per sottolineare di essere al comando in quella che è una sfida esistenziale per la Repubblica islamica. I punti toccati sono aderenti a quanto sta avvenendo. Allora Hormuz resta chiuso perché è il prezzo da imporre a chi ha scatenato le ostilità. Khamenei ha fatto un riferimento a mosse a sorpresa con azioni su fronti dove gli avversari sono poco abituati o pronti. Una costante dei sermoni dei dirigenti sciiti nelle fasi belliche più acute: servono a tenere alta la tensione, sono tentativi di impegnare le difese di chi ha il compito di parare le minacce. Quindi il monito ai Paesi della regione: se vogliono vivere tranquilli — ha avvertito — devono chiudere le basi statunitensi.
C’è poi il ringraziamento alle milizie alleate, costruite, finanziate e armate per comporre l’Asse della Resistenza. Curioso che Khamenei abbia citato, insieme all’Hezbollah molto coinvolti, gli Houthi dello Yemen. La fazione, per quanto è dato sapere, non è ancora intervenuta nella crisi come in passato, rimanendo in attesa e dimostrando solidarietà a parole. A meno che i miliziani non abbiano compiuto missioni non rivendicate.
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Mojtaba — o chi ha preparato il testo — non si è discostato dalla realtà toccando temi già enunciati dagli esponenti della nomenklatura ma anche da osservatori indipendenti. Perché è vero che la rappresaglia di missili e droni sulle monarchie sunnite sull’altra sponda del Golfo ha messo in discussione la loro sicurezza nonostante l’alleanza con Washington. Sarà un nodo da sciogliere quando le ostilità cesseranno. A meno che l’aggressione indiscriminata dei pasdaran non le spinga ad una reazione opposta: anche se un modus vivendi sembra essere la risposta più logica rispetto all’uso della forza.
È altrettanto vero che il cerchio di fuoco delle fazioni amiche, pur debilitato, ha dimostrato di aver recuperato energie ed è parte attiva dello scontro dall’Iraq al Libano.
Il discorso di sfida, però, è indebolito dalle modalità in cui è stato lanciato. Già dopo la sua nomina gli oppositori lo hanno bollato come un burattino nelle mani dei pasdaran, considerati da alcuni i veri padroni del gioco. Altri ribattono che, invece, Mojtaba è diventato numero uno proprio per l’asse con gli apparati. Allora l’insistere perché appaia può essere il modo di indurlo ad un errore fatale: un contatto, una mossa diventano il varco per chi vuole eliminarlo.
Un’ipotesi messa in conto da un sistema composto da cerchi di potere, in grado di sopravvivere, e che ha già creato il mito del martirio attorno ai due Khamenei.
13 marzo 2026 ( modifica il 13 marzo 2026 | 09:14)
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