La vera rivoluzione – riporta un articolo pubblicato dal sito di Aeranti Corallo – è rappresentata dall’intelligenza artificiale, destinata a incidere su tutta la filiera dei media – dalla produzione alla distribuzione – riducendo i costi e rendendo la creazione di contenuti più accessibile.
Guardando al futuro, per restare competitivi saranno cruciali pubblicità mirata, presenza multicanale e forte identità di brand, soprattutto per raggiungere i giovani.
Per le emittenti locali, nonostante le difficoltà economiche, si apre anche un’opportunità: grazie a IA e tecnologie software più economiche potranno produrre contenuti di qualità e valorizzare il loro principale punto di forza, cioè la vicinanza al territorio e la credibilità editoriale.

Partendo da questa riflessione, ci ha scritto Fabrizio Gastaldo, editore – insieme a Gerry D’Elia – delle superstation Love FM e Ritmo 80 (oltre che di LatteMiele Veneto).
Pubblichiamo volentieri la sua analisi, affinché possa stimolare l’intero comparto radiofonico.
L’analisi proposta nell’articolo coglie molti aspetti reali dell’evoluzione del sistema dei media, ma a mio avviso manca un focus specifico su un mezzo che continua a dimostrare una straordinaria resilienza: la radio.
Nonostante le trasformazioni tecnologiche e la crescita delle piattaforme digitali, la radio rimane oggi la vera regina del drive time. In Italia circolano circa 41 milioni di autoveicoli e almeno il 90% di questi è dotato di un ricevitore radio. Questo dato da solo dimostra quanto la radio resti il mezzo più accessibile e immediato durante la mobilità.
Ad oggi non esiste ancora una tecnologia che garantisca, in movimento, la stessa continuità di ricezione, semplicità d’uso e gratuità della radio. La radio non richiede interazione, non ha bisogno di login, non consuma traffico dati e soprattutto non può essere “skippata” come accade nel web advertising nella grande maggioranza dei casi.
C’è inoltre un altro elemento spesso sottovalutato: mentre molte piattaforme digitali competono tra loro, la radio è presente ovunque. È in FM, è in DAB+, è nello streaming, è nelle app, negli smart speaker e negli aggregatori digitali. In altre parole, la radio non è stata sostituita dal digitale: si è semplicemente espansa dentro tutte le piattaforme.
Va poi considerato un altro aspetto fondamentale: il concetto stesso di radio locale sta cambiando. Con l’avvento della diffusione in DAB+, organizzata attraverso i consorzi, il concetto di emittente locale non coincide più necessariamente con una copertura limitata a una singola provincia o a poche aree contigue. Sempre più spesso la dimensione minima di diffusione diventa regionale. Questo significa che anche le radio nate come realtà territoriali possono oggi raggiungere bacini di ascolto molto più ampi, mantenendo però il proprio radicamento editoriale nel territorio.
Il vero problema della radio oggi non è tecnologico, né di audience. Paradossalmente, è culturale. I detrattori del mezzo non perdono occasione per descriverlo come superato, ma spesso i primi a crederci sono proprio alcuni editori radiofonici, che mostrano una sorta di sudditanza nei confronti di altri media.
Un esempio emblematico riguarda la misurazione degli ascolti. In un’epoca dominata da big data, streaming analytics e sistemi di rilevazione in tempo reale, la radio italiana continua a basarsi prevalentemente su interviste telefoniche basate sulla memoria degli intervistati. Un metodo che misura più i ricordi o le preferenze dichiarate che non l’ascolto reale.
Oggi esistono tecnologie molto più avanzate: piattaforme digitali, aggregatori, streaming e sistemi di rilevazione automatica capaci di analizzare milioni di comportamenti reali, con dati disponibili quasi in tempo reale e non mesi dopo. Continuare a pubblicare risultati basati su interviste telefoniche e diffusi anche 150 giorni dopo la rilevazione rischia inevitabilmente di minare la credibilità del mezzo verso il mercato pubblicitario.
Questo non significa che le interviste telefoniche debbano scomparire completamente. Possono continuare a offrire indicazioni sui gusti radiofonici degli italiani. Ma non possono più essere considerate l’unico strumento per misurare un mezzo che oggi vive anche su piattaforme digitali capaci di fornire dati molto più precisi.
La radio resta probabilmente il mezzo più potente per diffondere informazione e costruire Top of Mind per gli inserzionisti, soprattutto perché è l’unico mezzo realmente fruibile in modalità passiva, senza distrazioni e senza necessità di interazione.
Per questo la vera sfida non è difendere la radio, ma farla evolvere con maggiore consapevolezza.
Gli editori devono investire su tre fronti fondamentali:
* qualità dei contenuti e dei prodotti editoriali
* qualità e copertura dei segnali (FM, DAB+, digitale)
* sistemi moderni e credibili di misurazione dell’ascolto
La radio non è un mezzo del passato. È un mezzo che ha attraversato tutte le rivoluzioni tecnologiche senza essere sostituito da nessuna di esse.
Ora però serve un salto di qualità da parte del settore, perché la credibilità del mezzo verso il mondo economico passa anche dalla capacità di misurarsi con strumenti adeguati ai tempi.
Fabrizio Gastaldo
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