di
Roberta Scorranese

A Basilea una mostra sull’artista morto centoventi anni fa

Che cosa vedeva Woody Allen nelle «mele e pere di Cézanne» tanto da inserire questa immaginaria composizione di frutta nell’elenco delle cose per cui vale la pena vivere? Forse per capire bene il pittore nato a Aix-en-Provence nel 1839 e qui morto nel 1906, centovent’anni fa, si potrebbe partire proprio dal regista newyorkese, tra i rari esempi di sinestesia artistica. Woody Allen è scrittore, regista, musicista, appassionato d’arte. 

Paul Cézanne, Natura morta (1890-1893)

E non è un caso che nell’Olimpo evocato da Isaac nel film «Manhattan», accanto a Groucho Marx, Flaubert e al viso di Tracy, il suo amore giovanissimo, compaiano proprio le nature morte di Cézanne, un artista al quale è toccato un destino molto «alleniano»: una vita difficile, costellata di umiliazioni e insuccessi, un matrimonio fatto di pochi entusiasmi, un padre sprezzante e freddo, una devozione quasi maniacale alla sua poetica e poi, come un lieto fine, una consacrazione (pressoché postuma) quale vero ponte tra l’arte antica e quella moderna. 



















































Mele e pere, dunque. È la natura morta il territorio nel quale Cézanne finirà per esercitarsi quasi tutti i giorni, nell’isolamento della provincia francese, nella Provenza alla quale è tornato dopo i tentativi di vivere e lavorare a Parigi, culminati spesso in bocciature e delusioni. «Caro Zola, viva la gioia», scrisse una volta senza troppa convinzione al suo grande amico romanziere e polemista, colui che prima lo incoraggiò a lasciare la terra d’origine per tentare l’avventura metropolitana e poi, stufo della rigidità provinciale con la quale Paul affrontava le regole invisibili della buona società parigina, lo abbandonò a sé stesso. 

Paul Cézanne, Autoritratto (1883-1887)

A Parigi la sua richiesta di esporre al Salon verrà bocciata diciotto volte. La sua prima personale si terrà nel 1895, trentatré anni dopo l’arrivo nella capitale francese. Nel frattempo si era avvicinato agli impressionisti, aveva partecipato alla celebre collettiva del 1874 nello studio di Nadar. Ma in cui c’era qualcosa di profondamente ostile al sottile piacere dell’appartenenza a qualcosa. Che fosse un gruppo di artisti, un circolo intellettuale, un collettivo identitario come gli impressionisti. Era questo il nodo: quello che per gli altri era un privilegio, per lui rappresentava un ostacolo alla sua visione dell’arte. Zola non lo capì, litigarono. Diceva Gillo Dorfles che la rottura con Zola potrebbe aver segnato uno spartiacque importante nella vita di Cézanne. 

Un prima e un dopo. Un orizzonte internazionale, aperto al «nuovo» e poi una ritirata, forse la vera miccia che innesca la sua personalissima poetica. La mostra monografica che la Fondation Beyeler di Basilea gli dedica fino al 25 maggio è, in fondo, un racconto compatto di questo progressivo scivolamento di Cézanne in Cézanne: dopo il ritorno a casa muore il padre, lasciandogli una considerevole fortuna. Sposa Hortense Fiquet, la donna con cui aveva avuto un figlio e che lui sottoponeva a estenuanti sedute per realizzare l’ennesimo ritratto. 

La famiglia si stabilisce nella tenuta di campagna, nel Jas de Bouffan, a Aix-en-Provence. Ma neanche lì Paul trova il necessario equilibrio per dipingere. Ha bisogno di spostarsi quasi quotidianamente, compie lunghi viaggi in calesse, scopre il Sainte-Victoire, massiccio calcareo che svetta nei dintorni e, come un entomologo che avvista una falena rara, comincia a girare intorno alla montagna, a esplorarla con cautela mista (finalmente!) a desiderio. 

Cézanne comincia qui. In questo ritrovarsi nella lentezza, nell’isolamento, nella pazienza dei rituali quotidiani, nella liturgia dell’osservazione silenziosa. Diventa un sacerdote della pittura: lontano dal clamore e dalle luci della città, vede chiaro. Comprende che la rivoluzione degli impressionisti è stata molto importante (dirà: «Monet è solo un occhio, ma che occhio…»), però non gli basta. L’approccio retinico non è sufficiente alla sua idea di «realizzare» qualcosa. 

Non si accontenta dell’impressione, vorrebbe tornare indietro, per esempio a Piero della Francesca e alla sua straordinaria interpretazione della prospettiva: la montagna di Sainte-Victoire, peraltro dipinta in momenti diversi proprio come Monet aveva fatto con la cattedrale di Chartres, non resterà mai un lampo, un riverbero, un riflesso come nello stile impressionista. 

Cézanne recupera la concretezza delle cose attingendo ai grandi maestri del passato, da Piero a Tintoretto, ma reinterpretandoli con l’occhio moderno. È così che la montagna non diventa un’ombra di colore liquefatta, ma assume la potenza di una natura primordiale, grazie ai colori e ai volumi. Decide di voler dipingere «con il cono, con il cilindro e con la sfera» ed è così che nacquero le mele e le pere che tanto hanno colpito Woody Allen. Organizza, cioè, le impressioni in una composizione solida e in un certo senso antica, lontanissima da quello che a Parigi stava diventando di moda. E tutto questo viene premiato.

Negli ultimi anni della sua vita nella capitale si torna a parlare di Cézanne, le sue quotazioni crescono, diventa una figura leggendaria proprio perché lontana dagli ambienti più frequentati. E nasce il suo culto: Picasso dirà che Cézanne è stato «il padre di tutti noi» quando, con l’esperienza cubista, andrà a decostruire ogni codice estetico. In una delle sue lettere, Paul aveva espresso il desiderio di «morire dipingendo». E così avvenne: il 15 ottobre 1906, nonostante la pioggia e il freddo, esce con il suo cavalletto. Si ammala. Morirà otto giorni dopo.

14 marzo 2026