È il suono di un flauto traverso di bambù – il bansuri – ad aprire The Mountain, il nono album dei Gorillaz, pubblicato lo scorso 27 febbraio. A suonarlo è Ajay Prasanna, flautista di fama internazionale con una lunga eredità familiare in termini di musica. Il suono è sottile, quasi fragile. Ma ancora più fragili sono le parole che accompagnano la melodia. Sono le parole di Dennis Hopper, attore e regista americano scomparso nel 2010, recuperate dall’archivio e reintegrate nell’album, come se non se ne fosse mai andato: «all good souls come here to rest». Tutte le anime buone arrivano qui per riposare, un mantra che segna l’inizio di un viaggio verso una delle mete che più spaventa l’umanità: la morte.

I Gorillaz sono una band virtuale composta da quattro personaggi animati: 2D, Murdoc, Russel e Noodle, creati nel 1998 dal disegnatore Jamie Hewlett e dal cantante Damon Albarn, ex frontman dei Blur. Venticinque anni di storia, nove album e una mitologia complessa attorno ai personaggi fatta di fughe, naufragi, missioni impossibili e ritorni. Con The Mountain quella storia raggiunge un punto di svolta – o forse la sua conclusione – che, come quasi ogni avvenimento che avviene nella lore di 2D e dei suoi compagni, rispecchia la vita dei due autori che si celano dietro ai quattro volti animati.

La genesi del disco è segnata da una serie di lutti ravvicinati: Albarn perde il padre e si reca a Varanasi, sulle rive del Gange, per spargerne le ceneri, scegliendo l’antica città indiana, cuore delle tradizioni induiste di pellegrinaggio e centro principale per i riti di morte e cremazione in India, luogo dell’ultimo congedo. Nel frattempo Hewlett si trova a Jaipur con la moglie, dove assiste la suocera colpita da un ictus: otto settimane di visite quotidiane in ospedale prima che lei non si svegli più. Dieci giorni dopo la scomparsa del padre di Albran, il padre di Hewlett lo raggiungerà. Questi lutti non hanno però trascinato gli artisti in un baratro di tristezza, hanno elaborato queste perdite dentro lo studio di registrazione. La morte è entrata, si è seduta, e ha preso in mano la matita e lo spartito, insieme a loro. The Mountain è, tra le altre cose, il racconto di come due artisti abbiano elaborato il proprio dolore attraverso il lavoro e la musica, trasformando qualcosa di privato e intraducibile in un’opera che parla a chiunque abbia mai dovuto fare i conti con una perdita.

Album Cover.The Mountain. Illustrated by Jamie Hewlett. Courtesy of the artist

Sulla copertina, il titolo è scritto in devanāgarī ( पर्वत, parvat ), il principale sistema di scrittura alfabeta utilizzato in India. Nasce da una visita all’Amber Fort di Jaipur avvenuta durante il viaggio in India dei due autori, subito dopo la loro perdita, e da una montagna nella Cina occidentale dove Albarn e Hewlett avevano lavorato anni prima per la lavorazione del corto Monkey: Journey to the West. Ma la scelta non è solo biografica: nell’induismo e nelle tradizioni spirituali himalayane, la montagna non è solo un luogo fisico, ma un asse cosmico, un punto dove il divino e il terreno si incontrano, dove i saggi si ritirano a meditare, dove il pellegrinaggio verso la vetta equivale all’ascesa spirituale. Non a caso, il Monte Meru è considerato il centro di tutti gli universi fisici e spirituali nell’induismo, nel buddhismo e nel giainismo. Nell’induismo, scalare una montagna è concepito come affrontare le avversità della vita a viso aperto. Non è una fuga, ma una resa consapevole. La montagna di Albarn e Hewlett ha la medesima funzione. E grazie a questa scalata la musica pop occidentale – che ha da tempo rimosso la morte dal proprio vocabolario trattandola come argomento scomodo o superficiale – qui ci trova uno specchio inatteso, diventando la meta che nessuno sceglie, e che tutti raggiungono, volenti o nolenti.

Perché di questo si tratta: The Mountain è un disco sulla morte. Non come tragedia da elaborare terapeuticamente, nè come shock estetico, ma come parte del paesaggio della vita. In un’epoca costruita sul loop dei trenta secondi e sull’ansia da skip, Hewlett ha dichiarato esplicitamente di voler riportare l’idea di investire del tempo in qualcosa. Il risultato è un’opera di quindici tracce che compone un concept album con una direzione precisa da ascoltare rigorosamente in ordine.

Non era un obiettivo così semplice, e per questo hanno chiesto una mano. Albarn è stato esplicito: «serviva la voce di qualcuno che ci fosse già passato», scrive in un post sui social. Bobby Womack, Dave Jolicoeur dei De La Soul (uno degli autori storici di Feel Good Inc), Tony Allen, Dennis Hopper, Mark E. Smith dei The Fall, Proof. Tutti scomparsi, e tutti presenti. Le loro voci non sono ricostruzioni digitali né esperimenti di intelligenza artificiale, sono frammenti reali: registrazioni recuperate, strumenti già suonati, parole già dette, reintegrate nel tessuto del disco con una precisione che ha qualcosa di soprannaturale.

KALI Murdoc. Illustrated by Jamie Hewlett. Courtesy of the artist

È proprio grazie a queste voci che l’album si può dividere in due filoni paralleli, che si intrecciano continuamente. Nel primo binario, le voci degli artisti scomparsi narrano i passi del viaggio. Sono presenti soprattutto nella prima parte dell’album, nelle tracce più eteree e sospese nel tempo, come Moon Cave o The Hardest Thing. I personaggi – e gli ascoltatori, con essi – interpellano direttamente chi è già dall’altra parte, chiedendo un parere su quello che li aspetta. Il secondo binario è il viaggio vero e proprio: l’abbandono progressivo di tutto ciò che consideriamo umano. The Happy Dictator (il brano ad oggi più ascoltato del disco) è una critica ironica travestita da ritornello orecchiabile, ormai una firma dei Gorillaz. Con quella frase che torna: «Everything is slowing down, yet everything is faster» cresce la sensazione di chi comincia a guardare le cose del mondo con una vena critica, a dubitare di quel che dice il “dittatore felice”. Qualche traccia dopo The God of Lying, con gli IDLES, rompe definitivamente queste certezze: «Are you deafened by the headlines, or does your head not hear at all?», e spinge l’ascoltatore a mettere in discussione ogni pilastro e ogni guru. The Empty Dream Machine porta questa caduta delle certezze al suo apice emotivo, con un crescendo che ricorda l’ultimo Bowie, e una richiesta che suona quasi come una supplica: «I need you on my team» , invoca il bisogno di qualcuno che ci accompagni in questo buio.

Poi c’è The Manifesto, che con una durata di sette minuti è la traccia più lunga e complessa dell’album. Il rapper argentino Trueno apre il brano parlando nella sua lingua natia di chi si lascia il passato alle spalle per costruire qualcosa di nuovo, per chi verrà dopo. Entra poi a gamba tesa Proof, rapper di Detroit morto l’11 aprile 2006, a seguito di una rissa culminata con quattro colpi di pistola. La strofa che Proof canta in The Manifesto era stata catturata in modo del tutto spontaneo, pochi minuti prima che il rapper entrasse in sala di registrazione durante una sessione. Hewlett ricorda il brivido che provò quando Albarn gliela fece sentire: vedere Proof guardare in camera cantando della morte, ignorando quanto poco gli restasse da vivere, dice fosse qualcosa di difficilmente descrivibile. In questi versi, il rapper fondatore del gruppo D12 e conosciuto come uno degli artisti mentalmente e artisticamente più aperti della scena, interpreta il suo opposto (e l’opposto di Trueno): il caos, la distruzione, l’incapacità di lasciar andare. Trueno riprende e risponde. Il brano diventa un dialogo tra chi è partito e chi non è mai riuscito a farlo, ma a ruoli invertiti.

Noodle. Orange County. Illustrated by Jamie Hewlett. Courtesy of the artist

The Sad God, l’ultima traccia, non è un arrivo trionfale. Il protagonista è Vishnu, il dio induista che protegge l’universo. Ma è un dio stanco, che ha dato all’umanità tutto quello che aveva e l’ha vista sprecare «I gave you white sails to reach the sun / I gave you atoms, you built a bomb». Non è più un dio che mente come in The God of Lying, né un arrabbiato: è rassegnato. Come dice Hewlett: «è Vishnu che dice “avete fottuto tutto”». E quella rassegnazione, con le sue insicurezze ancora intatte, accettate ma non risolte, è la cima montagna. Non una destinazione rilassata, ma la consapevolezza di potersi finalmente voltare a guardare il percorso appena fatto. La montagna non è l’aldilà: è il punto da cui si vede tutto.

Questo viaggio è attraversato dalla musica classica hindustani (il sitar di Anoushka Shankar, il sarod dei fratelli Amaan e Ayaan Ali Bangash, il flauto di Ajay Prasanna) e dal concetto induista di samsara, il ciclo continuo di morte e rinascita, di attaccamento e distacco, che percorre l’album come una corrente sotterranea. Questa dimensione orientale non è un’estetica importata, ma una scelta consapevole orchestrata dai due autori. Le tradizioni spirituali dell’India hanno con la morte un rapporto molto meno conflittuale di quello occidentale moderno. La morte è percepita come transizione, come parte del ritmo, come qualcosa da attraversare piuttosto che da rimuovere o sorpassare.

2D and Noodle. Damascus. Illustrated by Jamie Hewlett. Courtesy of the artist

A dare l’ultima chiave di lettura di tutto c’è il videoclip dell’album: un cortometraggio animato di otto minuti che mette insieme tre tracce del disco: The Mountain, The Moon Cave e The Sad God, quasi a costruire un trittico visivo che riassume l’intero arco narrativo. Diretto da Hewlett ed eseguito interamente a mano, il film cita apertamente le tecniche dei classici Disney degli anni Sessanta e Settanta, La carica dei 101 e soprattutto Il libro della giungla. In un momento in cui l’animazione generativa ha invaso ogni piattaforma e l’industria musicale ricrea digitalmente le voci dei morti, questa scelta non è nostalgia.

The Mountain è un disco che non consola e non spaventa. Prende la morte, la fa sedere accanto a chi ascolta, facendola sembrare parte del paesaggio. In un’epoca che preferisce evitarla, è già un atto abbastanza raro. Farlo con questa precisione è qualcosa di unico. Lo sintetizza meglio di chiunque Albarn stesso nella descrizione dell’album: «You pour in the sadness and you sip the light».