A Sanremo è nata una popstar. No, non parliamo del vincitore Sal Da Vinci e neppure di Samurai Jay (17 milioni di ascolti su Spotify per la sua Ossessione). Spigliato e sfrontato, con quell’aria da (bravo) ragazzo che sembra capitato lì per caso, ma che invece sa perfettamente cosa sta facendo: Fulminacci a Sanremo quest’anno è sbocciato definitivamente. Pazienza che con Stupida sfortuna sia arrivato solo settimo: «Io mi sento di aver vinto. La canzone è piaciuta a tutti: mi rappresenta ma allo stesso tempo ha un ritornello molto orecchiabile e si fa cantare», dice lui, vero nome Filippo Uttinacci, classe 1997, romano di Casal Lumbroso.

Si è rifatto vincendo il Premio della Critica. E ora si prepara a spiccare il volo con il suo quarto album, Calcinacci, uscito ieri e già tra i titoli più belli di quest’annata. Il tour Palazzacci partirà il 9 aprile da Roma. A cosa si deve questa iniezione di fiducia? «Alla fine di una storia d’amore, che mi ha spinto a ricercare della spensieratezza. Le canzoni del disco parlano di quello. Da qui il titolo, Calcinacci: mi sono ricostruito.

Tornato da solo dopo tanto tempo (è stato fidanzato per sette anni con l’attrice romana Lia Greco, vista in Luna nera su Netflix, ndr), ho intrapreso un percorso che mi ha aiutato a fidarmi di più di me stesso e a mettermi in gioco». Lei il disco l’ha ascoltato? «Alcune cose sì: quelle che la coinvolgevano. Tra le canzoni che ha ascoltato, oltre a Stupida sfortuna, c’è anche Tutto bene, forse la più intima dell’album, chitarra e voce».

In cosa si è rifugiato? «Negli amici. Il bello di questo disco è proprio questo: dentro ci sono passati compagni di avventure. C’è tanta scena romana. È il primo album che ho registrato interamente a Roma, incredibile ma vero: è nato nello studio di Golden Years, il mio produttore (vero nome Pietro Paroletti, ndr), in zona Ostiense. C’è un duetto con Tutti Fenomeni su Mitomani e uno con Franco126 su Fantasia 2000».

La voce che fa un cameo in “Maledetto me” pare di Tommaso Paradiso. Conferma? «Sgamato (ride). Doveva essere una sorpresa per i fan: lo sapevamo in due, io e il mio manager». La scena romana, dunque, è viva. Segno che anche se i contratti si firmano a Milano, la creatività rimane a Roma? «Sì. Il problema è che non siamo di rappresentanza: non ci sono eventi che facciano capire che la scena romana è viva. Quando ci vediamo, lo facciamo a casa, nei salotti. Non ci sono, purtroppo, i locali che c’erano ai tempi di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Alex Britti, il Locale di vicolo del Fico o il Big Mama. Eppure la città è piena di talenti».

Ha presentato il nuovo album dando appuntamento ai fan in sala, con un corto intitolato come il disco (oggi sarà al Palazzo del Cinema di Milano dalle 14.30), che poi porterà in giro per l’Italia in estate: dopo gli studi come attore alla Gian Maria Volonté punta al cinema? «Non ho ricevuto proposte. Se arrivassero, le valuterei. A Sanremo, comunque, ho rispolverato l’attitudine da attore, giocando anche con le telecamere e la regia. Rispetto al 2021 sono arrivato all’Ariston più sicuro: all’epoca non avevo idea di cosa volesse dire stare in tv. È un altro mestiere».

Il Festival l’ha vinto ufficialmente Sal Da Vinci: lo ha incontrato dietro le quinte? «Sì. Una persona splendida e sono contentissimo per lui. Ha vinto una canzone folcloristica: è giusto che quel tipo di proposte abbiano il proprio spazio».