Le grandi classifiche internazionali hanno generalmente un grande difetto, tradiscono i valori culturali e anche un po’ l’arroganza di chi le concepisce e le confeziona. L’Italia di conseguenza sconta, non raramente, qualche pregiudizio di troppo. Uno degli indicatori più autorevoli è il rapporto annuale del V Dem Institute dell’Università di Göteborg di cui dà conto oggi Riccardo Barlaam su Il Sole 24 Ore.
Se fossimo tutti giustamente preoccupati dello stato delle democrazie rappresentative e dei pericoli che corrono, più interni che esterni, discuteremmo a lungo dell’indagine svedese. Il giudizio che dà l’istituto svedese dell’America di Donald Trump è impietoso. Per la prima volta gli Stati Uniti non sono più considerati una «democrazia liberale» bensì una «democrazia elettorale» e sono scivolati dal ventesimo al cinquantunesimo posto nella classifica di 179 Paesi. In un solo anno sono tornati al 1965. Per tornare così indietro, sul versante della tutela dei diritti e della divisione dei poteri, l’ungherese Orbàn ci ha messo quattro anni.
Fanno compagnia a Trump nel peggiorare la qualità dei propri sistemi politici, il turco Erdogan, il serbo Vučić, l’indiano Modi. L’Italia, nella graduatoria che vede in testa Danimarca, Svezia e Norvegia, scende al trentasettesimo posto. Il declino nazionale è avviato dal 2017, accelerato negli ultimi anni. Soprattutto per l’indebolimento dello stato di diritto, l’intolleranza verso la separazione dei poteri e la libera stampa. Ovviamente sicuri che tutto ciò sia frutto dei pregiudizi di 4 mila 200 ricercatori in 180 Paesi che hanno raccolto 32 milioni di dati per 600 parametri, non ne parliamo neppure. Avanti così.
18 marzo 2026, 11:51 – modifica il 18 marzo 2026 | 12:54
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