Nella jam session di linguaggi e di generi orchestrata con mano sapiente al Bif&st di Bari dal direttore Oscar Iarussi, gli autori napoletani toccano molti tasti. E se Massimiliano Gallo (premio speciale per il suo film d’esordio, «La salita»), si sperimenta nel racconto di formazione ispirandosi alla vera storia del magistero eduardiano a Nisida; se Lina Sastri dedica alla scomparsa del fratello il toccante cortometraggio «La mancanza»; se Gianfranco Pannone ricerca il senso del sacro tra le valli lucane con il documentario «Devozioni», ecco che Vincenzo Marra, regista di un cinema profondamente radicato nella realtà sociale, in «Era» colora la sua poetica impetuosa con i toni della commedia. La sua prima commedia. «Diciamo che ho raccolto la sfida che mi lanciò il grande Mario Monicelli» dice: «Colpito dall’ironia presente nei miei documentari su Napoli, mi aveva esortato più volte ad usarla anche nei film di finzione. La storia di “Era” mi è parsa l’occasione giusta».
APPROFONDIMENTI
Al centro del racconto, un’anziana signora napoletana molto attiva e determinata (Dalia Frediani), il vero motore della famiglia. È lei che si occupa della sorella e del nipote mai cresciuto, ma soprattutto dei tre figli ormai adulti ma in perenne crisi (Giovanni Esposito, Maurizio Casagrande, Patrizia Di Maio). Per ogni problema trova il rimedio perfetto e la sua personalità dirompente fa persino battere il cuore del vicino novantenne. Ma quando un malore la costringe a un ricovero in ospedale, le cose cambiano. I figli le impongono una badante dello Sri Lanka (Marinì Sabrina Fernando), la convivenza non sarà semplice e non mancheranno le sorprese. «Sono stato il classico ragazzino cresciuto con una nonna, i ricordi delle lunghe estati che passavo con lei a Vico Equense sono impressi nella mia memoria e hanno contribuito alla mia crescita emotiva» racconta il regista, «grazie a lei e al suo mondo mi sono arricchito come persona e come regista. Mia nonna era accogliente, apriva la porta di casa a tutti, ma era anche forte, spigolosa, non si faceva scrupolo di dire le cose. Era una persona vivace, diretta, non una figurina stereotipata. La protagonista del film le assomiglia, certo, ma nella storia ho voluto affrontare anche i temi della contemporaneità».
Tra momenti divertenti e una vena struggente che attraversa tutto il racconto Marra parla della terza età, dell’assistenza agli anziani, dell’integrazione: «I vecchietti del film sono ancora ancorati alla vita e hanno tanto da insegnare. In un mondo concentrato sull’immagine esteriore e sugli aspetti più superficiali dell’esistenza, ci mostrano che la vera ricchezza è la capacità di fare un viaggio dentro noi stessi, di concentrarci sull’amore e sui rapporti umani. La nostra società rimuove il concetto della morte, invece mi piaceva l’idea che i nostri personaggi non ne avessero paura, ma desiderassero vivere ogni giorno pienamente, fino alla fine. La grande lezione di mia nonna è stata questa: cerchiamo di apprezzare ciò che abbiamo, senza lamentarci troppo, senza rimpiangere troppo».
Prodotto da Compagnia Leone Cinematografica con Rai Cinema, il film sarà dal 26 marzo nelle sale. L’obiettivo? «Divertire senza perdere di vista la luce della profondità. Ho cercato di mettere in pratica gli insegnamenti dei maestri della nostra commedia, prendendo spunto dal dramma fino a detonare in situazioni più leggere». Non manca l’omaggio a certe atmosfere care a Eduardo, «perché la sua arte ce la portiamo dentro, rispecchia la vita», ma anche il francese «Quasi amici» è un dichiarato punto di riferimento. E perché ha scelto il titolo «Era»? «Almeno per quattro motivi: innanzitutto ho pensato all’imperfetto del verbo essere, che dà il senso del tempo. Poi all’era geologica e al mito greco della dea Era, regina dell’Olimpo e della famiglia. Da ultimo, ma non ultimo, volevo che la voce di Roberto Murolo in “Era de maggio” accompagnasse il film con la sua dolcezza».